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giovedì, 19 novembre 2009

La stagione più colorata dell'anno

foglie rosse quercia

Non occorrono parole per descrivere alcune immagini –scattate con il mio fedele cellulare- dedicate all’autunno che sto vivendo in una situazione abitativa privilegiata, in una piccola città della Lombardia. Ho dato spazio alla zona di campagna dove vivo ed al parco dove ho la fortuna di poter ammirare la Natura nella sua bellezza e, in questo caso, esplosione di colori.
parco 7 nov

 

parco 3

 

Magenta pis ina

 

Magenta Piscina

 

Magenta ospedale

 

Copia di stupenda riflessi parco 7

 

passerotto

 

scoiattolino

 

solo foglie Magenta

 

matt vento

nebbie colorate

 

nebbia fitta 28

sole nella nebbia

 

cornacchia 1

 

(Immagini scattate da metà ottobre a ieri, 18 novembre.)


postato da: Bessola alle ore 10:06 | link | commenti (5)
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venerdì, 16 ottobre 2009

L'oca: simbologia e passato

Il testo che segue è frutto di una ricerca da me effettuata ma con l’ausilio di molti testi consultati di vari autori. Preciso quindi che non è “tutta farina del mio sacco”. Le immagini fotografiche, invece, sono frutto della sottoscritta.

Oche 3

Che i proverbi non siano affatto la saggezza dei popoli, è noto; e tanto meno le frasi fatte, i luoghi comuni che tanto spesso ai proverbi assomigliano e dai proverbi derivano. Ché, altrimenti, ci sarebbe veramente da disperare della saggezza dei popoli. Prendiamo la frase "essere stupido come un' oca", in ossequio alla quale si usa sovente paragonare il saggio, forte, coraggioso e nobile palmipede - e chi non ha amato l' oca Martina di Konrad Lorenz? - alle ragazzine sciocche. Un paragone che non regge. Il folklore ristabilisce immediatamente la giustizia, del resto, circondando l' oca di un' attenzione quasi timorosa .
Grande guardiano dotato di poteri profetici, l' oca sa vedere anche le sventure invisibili che si avvicinano alla casa : si dice che, qualora si metta senza ragione a correre attorno all' edificio starnazzando, sia un pericolo mortale quello che essa segnala. E del resto la sua attenzione e il suo coraggio, specie all' appressarsi di predatori - ladri, faine, volpi, magari anche lupi - o in coincidenza con un principio di incendio, sono cose note. In Inghilterra - in omaggio forse alle capacità profetiche dell' oca in rapporto con la morte, e quindi alla sua funzione psicagogica - si usa mangiare un' oca per il giorno del Grande Psicagogo del mondo cristiano, l' arcangelo Michele, il 29 settembre : e si dice che chi ottemperi a questa tradizione non si troverà mai in difficoltà nel pagare i suoi debiti. Questo rapporto dell' oca con il denaro, cioè con i tesori che tradizionalmente si trovano sottoterra, non fa che confermare il suo carattere psicagogico e il suo rapporto con le forze dell' Altro Mondo. Al volatile si attribuiscono anche caratteri profetico-barometrici riscontrabili sulle sue ossa pettorali dopo che esso sia stato mangiato ( e il traer dalle ossa degli uccelli del banchetto è, come sappiamo, pratica nota e diffusa ) : nel caso dell' oca, ossa brune e bruciacchiate preannunzieranno un inverno temperato, ossa bianche o azzurrine una stagione molto rigida. E' evidente la sintassi analogica di questa credenza : l' osso bruno e bruciacchiato richiama il calore solare, quello bianco il candore della neve. Ma, ciò credendo, non si fa che sottolineare un ulteriore carattere dell' oca : quello di animale cosmico e uranico, che si può avvicinare al cielo.
oche dueE in effetti l' oca selvatica è un migratore, il cui arrivo segna a sud l' inizio della stagione temperata e a nord quello della stagione più clemente. Sempre, comunque, di buon auspicio. D' altronde, fra i tre volatili-fratelli che più spesso ricorrono nel folklore e nelle leggende, magari scambiandosi attributi e connotazioni ( l' oca, l' anatra, il cigno ), l' oca è senza dubbio la più addomesticabile, la più vicina all' uomo, forse anche la più simpatica. Ma, se lascia facilmente le sue abitudini migratorie e si addomestica diventando animale da cortile, conserva comunque una sua fierezza : è noto che con lei non ci si possono permettere soverchie confidenze, e che ha spesso un caratteraccio ombroso, aggressivo e vendicativo ( Donald Duck insegni ). La tensione creata da questa sua domesticità e questa indole ha forse fatto sì che il folklore guardi ad essa come uno dei suoi oggetti preferiti : e popola difatti le fiabe, dal Perrault che ha intitolato i suoi racconti più famosi Contes de mamère l' Oie sino alla Regina Piedoca, alla guardiana d' oche di Grimm che il Bettelheim ha voluto leggere in chiave psicanalitica e via dicendo. Questo caratteristico misto di potere arcano e di caratteri quotidiani distingue la vita dell' oca come animale simbolico fino dall' antichità. Presso gli Egizi, l' oca era fra i volatili "da cortile" più comuni - e difatti lo stesso cigno, che fra essi ha significato cosmicamente più intenso, è detto comunque "oca del Nilo" - ma al tempo stesso, forse per il candore delle sue piume, forse per la consuetudine di migrare verso nord all' inizio della stagione calda, la si definisce "figlio di re", cioè, nella pratica, se ne fa il simbolo geroglifico del ka del faraone, qualcosa che - con approssimazione grossolana - potremmo anche definire la sua "anima". Tale traduzione è rozza : ma la si può adottare per sottolineare una volta di più come al candido uccello migratore, che oltretutto possiede indifferentemente le tre aree cosmiche del cielo, della terra, e dell' acqua ( in quanto è volatore, nuotatore e camminatore altrettanto robusto ), si attribuiscano caratteristiche di conduttore d' anime, di guida verso l' Aldilà.
cignocloseup
Oca selvatica e cigno ( intercambiabili; o, se si preferisce, difficilmente distinguibili fra loro e quindi confusi ) sono difatti, nella tradizione indù, la cavalcatura di Brahma. Non stupirà pertanto imbatterci ancora nell' oca selvatica o nel cigno quali veicoli sciamanici tra i popoli centroasiatici : essi soccorrono lo sciamano nella sua ascesa al cielo o lo sostengono nel suo ritorno dagli inferi, insomma prestano in un modo o nell' altro le loro ampie e forti ali al viaggiatore degli spazi cosmici e dei mondi extraterrestri. Che in Egitto, quando un nuovo faraone saliva al trono, si usassero lanciare delle oche selvatiche verso i quattro punti cardinali, acquista a questo punto i caratteri di un rito cosmico : poiché l' oca annunzia con il suo arrivo una nuova stagione, il suo ruolo in relazione al nuovo sovrano veniva ad assumere il carattere d' una magica rifondazione del regno e del cosmo stesso. Anche nei mondi celtico e germanico, l' oca ha un significato di tipo profetico, che si spiega probabilmente associando la fama connessa nei paesi nordici al rapporto fra ricomparsa del volatile e della buona stagione al complesso uranico della sua immagine, come uccello divino e annunziatore degli dèi. I Romani non erano da meno. La leggenda delle "oche del Campidoglio", che si riferisce a un episodio situabile attorno al 390 a.C., non ha necessariamente basi che lo storico debba per forza ritenere inaccettabili, ma appartiene tuttavia alla schiera di quegli eventi dell' antica storia romana sui quali la critica, confortata dal magistero di G. Dumézil, sta ora facendo luce, riducendone o contestandone del tutto la storicità e sottolineandone il carattere mitico ( tali le pagine di Muzio Scevola, di Orazio Coclite e così via). Inutile rinarrare ancora un fatto a tutti noto.
Plinio il Vecchio narra autorevolmente questa storia, nel paragrafo XXVI del libro X della sua Naturalis historia, aggiungendo che per questo "i censori pongono in appalto fra le cose della più grande importanza il cibo per le oche". Il grande naturalista romano del I secolo d.C. aggiunge altre cose per mostrare quanto vigili e quanto affettuose nei confronti dell' uomo siano le oche, e pertanto quanto degne di rispetto e di affetto : e trae per questo materiale dalle stesse ricche fonti alle quali hanno attinto Eliano per il De natura animalium e Plutarco per il De sollertia animalium, trattato che dovrebbe essere un livre de chevet per tutti gli ecologisti e gli zoofili seri del giorno d' oggi.
L' episodio delle oche in Campidoglio è, nella storia romana, strettamente associato a Furio Camillo e alla sua spada di ferro che - gettata sulla bilancia dai Galli - avrebbe dimostrato di valere più dell' oro. Abbiamo già visto come le oche si colleghino alla funzione profetica - e il loro gettare l' allarme all' appressarsi dei Galli potrebbe appunto riferirsi a tale funzione, un po' volgarizzata nella trasposizione pseudocronistica d' una realtà mito-rituale  - e a quella sciamanica : non a caso, l' assalto dei Galli e il loro smacco avvengono di notte. E' causale l' avvicinamento tra le oche e l' eroe guerriero Furio Camillo, che fa sfoggio d' un prodotto dell' arte dei fabbri? Ricordiamo la stretta unione tra fabbro e sciamano, al quale fa riferimento Mircea Eliade.
oche cignoidi
Molti testi dicono che comprendere il linguaggio degli uccelli significa aver ricevuto una sapienza iniziatica. Che il legame tra l' oca e l' arte fucinatoria nasconda sciamanicamente un altro legame, più profondo, fra oche e profezia, sapienza iniziatica, poteri magici? Plinio, concreto e razionalizzatore da buon Romano, ha fatto delle oche delle brave guardiane e delle compagne di filosofi. La cultura cristiana, rielaborando il folklore celtogermanico europeo, ne farà qualcosa di diverso. L' oca è uno degli attributi di uno dei più grandi santi dell' Occidente : Martino di Tours, il patrono della gente franca dopo la sua conversione. Cavaliere, poi eremita, più tardi vescovo di Tours, Martino teneva presso di sé, nel suo romitorio ( quando era ancora lontano dalla cattedra vescovile ), un' oca. Ma le oche sono buone guardiane, anzi guardiane profetiche : nel sua caso, la sua brava compagna lo "tradì", quando gli abitanti di Tours lo cercavano per elevarlo alla cattedra episcopale della loro città ed egli si nascondeva a loro. Stavolta - una versione cristiana delle oche del Campidoglio? - l' oca rivelò alla gente di Tours, stridendo, dove si nascondeva il santo. Dal punto di vista del tessuto del racconto, si dice di solito che probabilmente tutto questo è una leggenda utile a far ricordare che san Martino si festeggia l' 11 di novembre.
Sulpicio Severo, il grande biografo di san Martino, sembra segnalarci  un rapporto ambiguo tra il santo e quei volatili : egli una volta, avendo visto sulla riva del fiume alcuni uccelli pescatori, ebbe a paragonarli ai demoni che acchiappano le anime degli uomini come i pesci dall' acqua. Il paragone tra uccelli e demoni è consueto ( non diversamente peraltro tra uccelli e angeli ), e poi è possibile che in quel caso non di oche si trattasse bensì di mergi, cioè di cormorani. Ma una successiva tradizione, basata sull' Epistola III ad Bassulam di Sulpicio Severo, autorizza l' avvicinamento fra oca e cormorano. In altri termini, il santo, che pur si era tenuto un' oca vicino, non esitava a vedere in essa un simbolo diabolico. Ambiguità, anzi polarità dei simboli, che hanno sempre un lato positivo e uno negativo.
L' oca è una grande marciatrice : al tempo di Plinio - quando già si cominciava ad apprezzare il suo fegato - si diceva che i branchi d' oche fossero capaci di arrivare dalla regione di Calais fino a Roma, sempre marciando a piedi : pare che le oche più stanche venissero portate nelle prime file, e le altre le spingessero. Marciatrice o psicagoga che fosse, alla fine dell' XI secolo troviamo l' oca guidare turbe di pellegrini diretti alla volta di Gerusalemme in quella che siamo soliti chiamare la prima crociata : una specie di ver sacrum, sulle orme di un animale evidentemente considerato dotato di sacralità. Lo stesso accadeva con certe capre; e non è certo per caso che, poche decine di anni dopo, noi troviamo appunto oche e capre come compagne e supporti delle streghe verso il sabba. Questo apparato di forza sacrale non impediva che l' oca fosse un buon animale da cortile. Come tale lo rammenta già il Capitulare del villis, nell' 800; ma a quanto pare la presenza delle oche non si diffuse granché per gran parte del medioevo nelle aie europee.
oche cignoi
I reperti osteologici confermano che l' avifauna domestica, tra XI e XV secolo, non era granché sviluppata in Francia, e pochissimo presente in Sicilia e in Basilicata. Solo in Toscana e nel Lazio giungeva a circa un terzo degli animali d' allevamento. Sembra comunque che l' oca domestica sia andata imponendosi man mano che ci si addentra nel basso medioevo.
In Italia, la famiglia Lucconi di Ravenna, la cui arme araldica è d' azzurro alla fascia scaccata d' argento e di nero a due file, sormontata da un' oca d' argento. Ma si spiega che, verso la fine del medioevo, l' oca potesse comparire sulle armi araldiche : il nascente umanesimo stava rimettendo in auge la tradizione romana, e con essa l' oca cessava di far pensare all' animale da cortile e tornava a presentarsi come la gloriosa guardiana capitolina. Nell' emblematica moderna, difatti, l' oca appare quale simbolo di vigilanza e di custodia. Che l' oca fosse abitualmente preferita ai cani dagli antichi per la custodia dei pollai a causa del suo sonno leggero, sembra cosa certa. oca lago

L' associazione dell' oca con gli Inferi, la fonte e la caverna richiama ancora una volta a un tessuto mantico e psicagogico dell' animale, che - date le presenze di Giunone e di Proserpina - si tinge di significati metroaci. Nonostante il cortile che spesso la ospita, l' oca non ha quindi del tutto perduto il suo mistero. Non a caso, è popolarmente il "gioco dell' oca" quella sorta di oscuro percorso labirintico che si supera a colpi degli oggetti che sono per eccellenza simbolo del destino, i dadi. Una sorta di viaggio verso la fortuna. 

GIOCO_DELL_OCA_2w  


postato da: Bessola alle ore 10:32 | link | commenti (5)
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domenica, 30 agosto 2009

L'ultima era (dicono...) -informazione-

Sfinge e piramide Maya

Ultimamente si sente molto parlare dei Maya, dell’ultima era e compagnia bella.
Inserisco questo post nel mio blog per “amor di conversazione”, ma tengo a precisare che io, personalmente, non ci credo affatto così come non ho mai creduto al “mille non più mille”, ecc.
Con un pianeta maltrattato come il nostro, prima o poi qualche cataclisma e/o cambiamento che sovvertirà l’andamento attuale della terra, ci sarà sicuramente, ma da lì ad andare a “diagnosticare” il come e il quando, ce ne passa.
Ribadisco che questa è solo la mia opinione. I commenti in corsivo e fra parentesi, nel testo, sono miei. Per il resto, riferisco quanto si dice da più parti.
A chi interessa l’argomento, buona lettura.
(Le immagini sono tratte dal Web)
 
Le cinque ere dei Maya
Secondo i Maya ci furono cinque le Ere cosmiche, corrispondenti
ad altrettante civiltà.
Le prime quattro Ere: dell’Acqua, Aria, Fuoco e Terra, sarebbero tutte terminate con degli immani sconvolgimenti ambientali. Alcuni studiosi affermano che la prima civiltà - quella distrutta dall’Acqua – fosse Atlantide. Nel Popol Vuh dei Maya Quiché, si legge: "un diluvio fu suscitato dal Cuore del Cielo...
una pesante resina cadde dal cielo.. la faccia della terra si oscurò,
e una nera pioggia cadde su di essa, notte e giorno". Secondo il calendario Maya, l’attuale Età , quella dell’Oro, la quinta, si verificherà nel 2012.
Piramide Maya
Cosa ci aspetta, secondo questa profezia.
I cataclismi che caratterizzarono la fine delle Ere Maya furono causati da una inversione del campo magnetico terrestre, dovuto ad uno spostamento dell’asse del pianeta. La Terra infatti subirebbe periodicamente una variazione dell’inclinazione assiale rispetto al piano dell’ellittica del sistema solare. Ciò provocherebbe scenari apocalittici, descritti dallo storico Immanuel Velikvosky nel suo libro "Earth in Upheaval".
"...Un terremoto farebbe tremare il globo intero. Aria e acqua si muoverebbero di continuo per inerzia, la Terra sarebbe spazzata da uragani e i mari investirebbero i continenti... La temperatura diverrebbe torrida e le rocce verrebbero liquefatte, i vulcani erutterebbero, la lava scorrerebbe dalle fratture nel terreno squarciato, ricoprendo vaste zone. Dalle pianure emergerebbero le montagne, che continuerebbero a salire sovrapponendosi alle pendici di altre montagne e causando faglie e spaccature di vaste dimensioni. I laghi sarebbero assorbiti e svuotati, i fiumi cambierebbero il loro corso, grandi estensioni di terreno verrebbero sommerse dal mare con tutti i loro abitanti. Una parte delle foreste sarebbe divorata dalle fiamme e gli uragani e i venti impetuosi concluderebbero l’opera divelgendole dal terreno... Parte del mare, abbandonato dalle acque, si tramuterebbe in un deserto. E se lo spostamento dell’asse fosse accompagnato da un cambiamento nella velocità di rotazione, le acque degli oceani equatoriali si ritirerebbero verso i poli con conseguenti alte maree e uragani che spazzerebbero la Terra da un polo all’altro. Inoltre, Lo spostamento dell’asse cambierebbe il clima in ogni luogo...
Nel caso di un rapido spostamento dell’asse terrestre, molte specie di animali sulla Terra e nel mare sarebbero distrutte e la civiltà, sempre che ne esistesse ancora una, andrebbe in pezzi".
Lo scenario ipotizzato da Velikovsky, presuppone la fine della vita sul pianeta Terra. Per le persone che ignorano la fisica, può sembrare eccessivo (infatti!!!). Alcuni direbbero farneticazioni (infatti!!!), ma nell’universo eventi del genere sono all’ordine del giorno (mah???). Basterebbe pensare che un asteroide di grosse dimensioni colpisse il nostro pianeta per evocare scenari del genere (troppi film di fantascienza). L’assurdo è che tutto questo sarebbe naturale. Quello che non è naturale è credere che sia impossibile (sono innaturale, hoibò!). Se l’uomo avesse la consapevolezza di quanto è fragile e precaria la sua esistenza su questo pianeta perderebbe l’illusione di possedere il massimo possibile, incurante delle vittime innocenti che tale scelta comporta.
Velikovsky , oltre a ricalcare le leggende Maya, espone in chiave scientifica le profezie del monaco Basilio Cotterell, in base ai suoi studi sull’attività delle macchie solari e sul calendario Maya, ha concluso che la profezia relativa alla quinta Era deriva da un calcolo della prossima inversione del campo magnetico terrestre, prevista per il 2012. Alcuni studiosi americani affermano che la civiltà Maya fu distrutta da calamità naturali, quali l’improvviso innalzamento della temperatura terrestre. E secondo loro tali fenomeni sono ciclici.
Chissà, forse fu proprio uno spostamento dell’asse terrestre che fece scomparire la civiltà Maya (e gli spagnoli, dove li mettiamo?). Ad avvalorare tale profezia, anche se indirettamente, è il dossier presentato dal Pentagono nel 2003 in cui per il 2020 si prevedono immani catastrofi che sconvolgerebbero il pianeta, provocate dall’aumento della temperatura. Secondo recenti studi, tutto lascia credere che ciclicamente la terra subisca una specie di reset, per dare inizio ad una nuova era. Secondo alcuni studiosi siamo prossimi a tale traguardo. (chi vivrà vedrà…)
sfinge Maya
La civiltà Maya

La civiltà Maya raggiunse traguardi scientifici notevoli.
Per contare gli anni, utilizzava stelle e pianeti: il "Grande Conto", basato sui movimenti del pianeta Venere. Essi divisero il tempo in una serie di cicli che cominciavano dalla nascita di Venere. Ogni ciclo durava 1 milione e 872 000 giorni. Il ciclo che ora stiamo vivendo ha avuto inizio il 13 agosto dell'anno 3114 prima di Cristo e finirà il 21 dicembre 2012 dopo Cristo. I Maya erano del tutto sicuri dell'attuale ciclo ed erano altrettanto convinti che fosse l'ultimo. Quando il mondo avrà completato questo ciclo, dicevano, finirà fra disastrose inondazioni, terremoti e incendi: uno scenario molto simile alle profezie del Nuovo Testamento (vedi Apocalisse).
Sotto i nostri occhi tutti i giorni ci sono le guerre (guerre per fare la pace!), i vulcani sembrano essersi svegliati da lunghi anni di letargo, i terremoti e i maremoti fanno tremare gli uomini. Vediamo in aumento alluvioni e tifoni e la Terra riceve ogni giorno la sua abbondante razione di contaminazione, con gli scarti industriali e l'immondizia non selezionata.
Stiamo devastando l'armonia naturale. Che il clima sia cambiato è sotto gli occhi di tutti,
La temperatura sta aumentando ma non ce ne preoccupiamo più di tanto, e questo aumento provoca piogge anomale con conseguenze di tifoni, tornados, terremoti.
In molte religioni vi sono profezie che coincidono nell'affermare che stiamo vivendo un periodo particolarmente difficile, che annuncia un passaggio dell'umanità verso una nuova era. I Maya, quando nel 1500 subirono l’invasione degli spagnoli (…che li sterminarono con mano pesante)…, avevano già previsto tutto questo, e messo per scritto. Comparando il risultato con uno studio delle religioni, si è riusciti a individuare nelle leggi imperscrutabili del cosmo, a scoprire gli effetti e le cause.
Quali sono gli effetti che causiamo noi alla Terra, alla galassia, al cosmo, con il nostro comportamento e quali sono gli effetti contrapposti degli astri ?
Quello che resta incomprensibile è com'è sia possibile che da un calendario si possa desumere tutto questo. Cosa significa il calendario per i Maya? Il calendario così come lo conosciamo noi oggi, così come ci è arrivato, è probabilmente l'apice di un certo tipo di cultura del I° secolo a.C., tra il 50 e il 100 a.C. e quasi sicuramente, a detta degli esperti, non sono stati i Maya ma i Toltechi a comporlo: un popolo che veniva dal nord anche se non si sa di preciso da dove e che forse avevano conosciuto e assimilato le conoscenze di altre civiltà.
Il calendario Maya
Questo calendario è così preciso, realizzato da sacerdoti che erano anche astronomi, filosofi e scienziati, tanto che l'eclissi solare dell'11 agosto 1999 si è verificata con 33 secondi di ritardo rispetto al tempo previsto dai Maya, previsione fatta intorno al 3.000 a.C.!
Il calendario Maya è costituito da 9 elementi fondamentali: il Giorno (Kin), che rappresentava anche il Sole e il sacerdote solare, qualcosa di vicino, di caldo, che da la vita. Ogni giorno ha un proprio nome e quindi ci sono diversi Kin. Poi ci sono i Uinal (i mesi): sono di 20 giorni più un mese aggiuntivo di 5 giorni per arrivare a 365. Non aggiungevano un giorno ad un mese ogni 4 anni come facciamo noi, non c'era l'anno bisestile, tutti gli anni vi era un mese di 5 giorni, quindi arrivavano sempre a 365. Poi c'era il Tun (che equivale all'anno di 365 giorni), il Katun (20 anni), cioè 20 Tun, il Baktun, il Karaktun, che moltiplicano sempre per 20, il Kinciltun fino ad arrivare all'Autun. Vanno poi aggiunte altre piccole modifiche, per arrivare ad avere una precisione di tempi sulle stagioni e sugli orari, tali che l'anno era sempre conteggiato con precisione.
Calendario Maya

postato da: Bessola alle ore 08:19 | link | commenti (8)
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giovedì, 16 luglio 2009

Simpatie ed antipatie: i colori

Dona grande

Negli ultimi anni gli autori che si sono occupati di psicologia del colore hanno focalizzato la propria attenzione soprattutto sul suo aspetto simbolico. il colore viene colto non solo come elemento significativo dell’esperienza psichica e come indicatore dei tratti della personalità, ma anche e soprattutto come elemento dinamico che varia al variare della psiche umana, sia essa soggettiva che collettiva.

Il colore emerge come un complesso elemento che nella vita quotidiana lega incessantemente la realtà materiale alla dimensione psichica di ogni individuo; da quella emotiva infantile a quella psicodinamica junghiana, dal valore attribuitogli nelle antiche pratiche alchemiche a quello simbolico del colore nel sogno.
colori a quadretti
La scelta cromatica, come la particolare simpatia o antipatia per un determinato colore non è casuale ma avviene in maniera inconsapevole per un qualche motivo.
Esistono anche dei testi psicologici sui colori (il più noto è quello di M. Lüscher –1947)
Il test dei colori offre uno strumento di valutazione dell’individuo per quello che realmente è, poiché questo tipo di test non risente di quegli ostacoli che normalmente possono invalidare un questionario.
colori tipo candele
Si parte dal concetto di “Doppio di Sé” nel bambino. Per studiare tale concetto viene utilizzato un esperimento che consiste nel chiedere ad alcuni bambini, di età compresa fra i 2 e i 7 anni, di disegnare se stessi e la propria ombra, e di spiegare che cosa sia secondo loro l’ombra.
ombra06
ombra07
Anna Ferretti I bambini, nella maggior parte dei casi, percepiscono l’ombra come una compagna di giochi. E cosa accade di strano dunque nei disegni di alcuni bambini? Accade che l’ombra, che nella realtà è scura e monocromatica, acquista dei colori nelle loro rappresentazioni, ed insieme al colore, acquista anche emozioni, atteggiamenti e a volte comportamenti, in maniera tale che diventa spesso difficile distinguere nei disegni qual è l’ombra e qual è il bambino che la proietta.
disegno bambinoQuesto non sembra accadere invece nei bambini che disegnano la propria ombra più fedelmente alla realtà, ovvero scura e monocromatica. In questo caso l’ombra rispecchia totalmente le movenze del bambino che la proietta, il quale, è invece dotato di colori e questo dimostra già dai primi anni, un simbolo di vita e di dinamismo.
arcobaleno_fig3
A seguire vengono trattate in maniera più ampia le relazioni che intercorrono tra luce, colori e personalità.
“Ciascun colore riflette come in uno specchio l’individuo e la società, aderisce a temi inconsci, esprime atteggiamenti psichici e affettivi, agisce sull’emotività con attrazioni e repulsioni, diventa luogo della realtà e dell'irrealtà.” (Lia Luttazzo)
Quindi il colore viene interpretato come chiave di lettura di contenuti spirituali, altrimenti difficilmente esprimibili. Il colore è inteso anche come metafora di conoscenza del mondo e in questo caso quindi tre luoghi: lo spazio di Dio, lo spazio dell’uomo e lo spazio della scienza.
“Nello spazio divino il colore rivela la presenza di Dio, i colori sono il frutto dell’interazione fra luce e oscurità. Nel Medioevo si riteneva che la luce che filtrava attraverso le vetrate colorate delle chiese avesse addirittura proprietà curative.

Nello spazio dell’uomo il colore acquista una proprietà razionale ed empirica e la luce diventa un mezzo di esplorazione della natura, che permette la visione chiara delle cose e determina le caratteristiche fisiche degli elementi. In questo spazio il colore diventa anche simbolo sociale, dove il blu rappresenta nei diversi momenti storici il “barbarico”, l’“imperiale”, il“borghese”, il“proletario”, il“libertario” e il “conservatore”, il rosso invece simboleggia il “sacrificale”, il “regale”, la “corruzione”, il “popolare/socialista”, il“consumistico”, mentre al viola vengono associati solitamente la“trasgressione”, le“alte gerarchie di potere”, lo “spiritualismo magico”, la “passione”, ecc.

Nello spazio della scienza il colore si associa invece alle proprietà chimico-fisiche e percettive, e con i progressi scientifici e tecnologici il colore diventa sintetico e indistruttibile acquistando nuovi significati anche nell’immaginario collettivo. Per fare un esempio, il verde, dopo aver simboleggiato per anni la speranza e il trionfo della natura, ha acquistato solo al giorno d’oggi, dopo le riprese dei bombardamenti notturni che illuminano i cieli di bagliori verde acido, il simbolo dell’asettica guerra tecnologica; il blu che nel Medioevo era simbolo di spiritualità e trascendenza è oggi immagine dello spazio cibernetico e dei suoi abitanti. ”
Il colore è soprattutto ricco di valenze e significati affettivi ed emotivi. E’ infatti rivelatore degli strati più profondi degli affetti. La mancanza di colore nel mondo affettivo di una persona è un indizio di allontanamento dall’oggetto e di una difesa dal coinvolgimento emotivo.
esago no colori

Anche i test proiettivi rivelano le valenze affettive del colore e la sua funzione di rivelazione della situazione emozionale dell’individuo, in cui la presenza o assenza del colore o la preferenza per uno rispetto ad un altro, sono indicazioni dello spostamento e del controllo degli impulsi. (un esempio proposto da Schafer, nel test di Rorschach, dove le risposte-colore rivestono un’importanza diagnostica tutta particolare, ad una scarsa insistenza sul colore corrisponderebbe un soffocamento dell’affettività e dell’impulso. 
“ L’accentuazione delle risposte colore può indicare una costellazione psichica ricca di affettività, ma un eccesso di tali risposte rappresenta una perdita di controllo e l’emergere di un’affettività impulsiva e selvaggia.”
Il colore non è soltanto esperienza percettiva e affettiva, ma le combinazioni cromatiche sono in grado di generare risposte comportamentali, emotive e fisiche particolari, e quindi il rifiuto e la predilezione per un colore rivelano precisi aspetti caratteriali e tendenze emotive nei confronti della vita affettiva e di relazione.

Riepilogando, i colori parlano di noi, dando informazioni sui nostri desideri, bisogni, paure, rifiuti, basta saper decifrare il messaggio.

La funzione della distinzione dei colori viene svolta dall’emisfero cerebrale non dominante (il destro) deputato alla creatività e alle emozioni.

 
Per quanto riguarda il simbolismo del colore, Jung ipotizza una tipologia che stabilisce delle simmetrie tra colori e funzioni di coscienza: i colori e le funzioni psichiche ad essi correlate si rivelano come porte d’entrata nell’esplorazione della psiche dell’individuo.
“Nell’immaginazione attiva ogni colore porta con sé qualcosa di ciò che fu, contrassegni di storia personale, ma ora riluce come indice di trascendenza.” (Jung)

In passato la scienza ha mantenuto un atteggiamento distaccato e poco interesse nei confronti dello studio dei colori e loro significato, lasciando che si occupassero di tali argomenti filosofi, antropologi o studiosi di culture orientali.

Attualmente questo campo sembra essere in ascesa, poiché anche la semplice esperienza di vita insegna come la luce e il colore contribuiscano ad attenuare sofferenze e disagi nelle persone.

Il simbolismo del colore è stato studiato sin dai tempi più antichi e quindi anche nei trattati di alchimia, che per secoli ha fatto parte dei miti, delle leggende e delle tradizioni religiose ed arriviamo ad oggi con gli ultimi studi sulle relazioni tra colori e aggressività o depressione, passando per la simbologia psicoanalitica junghiana e per i colori visti attraverso la lettura del test di Lüscher, offrendo un percorso ricco di spunti di riflessione e approfondimenti.
OCCHIO-CUORE-COLORATO
Una nota personale e di semplice curiosità: io detesto sin da bambina il colore rosso al punto che i miei genitori si ricordano che addirittura mi coprivo di puntini allergici sul viso e sulle mani solo a vedere quel colore. Persino in presenza dei pomidoro…
Oggi continuo a detestare quel colore pur non avendo reazioni allergiche. Ma mi può assalire una forte tachicardia momentanea finché non mi controllo col buonsenso.
Esiste una spiegazione: all’età di sette anni, mio padre ebbe un incidente molto grave e i suoi colleghi (lavorava nella polizia) una notte portarono a casa nostra la sua divisa ,compresa degli stivali, inzuppata di sangue che, sulla pelle di quest’ultimi, luccicava rosso scarlatto. Da allora iniziò la mia allergia al colore rosso.

postato da: Bessola alle ore 12:26 | link | commenti (4)
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sabato, 11 luglio 2009

Compagne di viaggio

alba stupendaUna delle prime cose cui l’uomo primitivo prestò attenzione fu il cielo:
chiaro di giorno e scuro di notte, sereno o nuvoloso, splendente
o minaccioso, con il sole, con la luna, le stelle, le saette e l’acqua che a volte ne scrosciava. E, principalmente, erano attratti dalle nubi in movimento.
strano
Portati più a simbolizzare che a razionalizzare, i nostri antenati erano attratti da queste compagne del cielo che potevano essere portatrici del bel tempo come di quello brutto.
nubi
Ogni civiltà, sia in Occidente che in Oriente, ha interpretato le nuvole a modo suo e tracce del loro significato si trovano un po’ dovunque. Esiste un simbolismo delle nuvole che ha toccato le varie culture, dall’antichità ai nostri giorni, nel mito, nella letteratura, nella filosofia, nelle religioni e nelle arti, ma anche nel folklore, nella divinazione e nell’alchimia.
alba sole stancoSegni di un ‘qualcosa’ di misterioso a seconda dei casi, ogni civiltà le ha interpretate a suo modo, sia in Occidente che in Oriente, e tracce del loro significato si trovano ovunque.
Le nuvole in alcuni casi sono intese come simbolo dell’Eternità, mentre in molte mitologie e religioni esse sono una guida verso la spiritualità, simboli della fantasticheria e del sogno, mandala mobili e fluttuanti per la meditazione, porte verso un altro mondo, segnali per un viaggio dell’anima.
alba con colpo sole
 
Da qualche anno ho preso l’abitudine sin dal primissimo mattino di guardare in alto e ammirare il fantastico lavoro della Natura sopra di noi. I cieli non mi interessano per motivi legati alla meteorologia o al tempo atmosferico. In qualche modo, quando li fotografo col mio cellulare, è come se bevessi o comunque mi nutrissi, dato che poi mi sento sazia e appagata dalla loro bellezza che amo condividere con le altre persone.
alba rosa
 
In passato, sia le nubi temporalesche che quelle del bel tempo avevano svariati significati.
Nell’antico Egitto e nell’antica Cina, attraverso le popolazioni monoteistiche sino al Medio Evo neoplatonico, esse hanno avuto spiegazioni diverse.
Significati immaginifici trasmessi anche da poeti e pittori, profeti e filosofi, artisti e mistici, grandi scrittori e oscuri pittografi cinesi.
Le nuvole sono di volta in volta Castelli in aria, Le greggi del cielo, Frammenti di un sogno perduto, L’Eternità fluttuante, Segni nel cielo. (per me, sono Compagne di Viaggio).
cielo vento orig
 
Uno dei miei nipotini, di recente, mi ha detto: “ma nonna hai visto che il cielo si muove?”…Bellissimo! Ne sono rimasta incantata.
 
In ogni caso, per chi fosse interessato, esistono libri interamente dedicati alla ‘Nimbologia’, lo studio delle nuvole, appunto. Basta rivolgersi ad una buona libreria o ad una biblioteca della propria città.
vento

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sabato, 27 giugno 2009

Gli animali nel nostro immaginario

Physiologus Rochester BestiaryIl rapporto uomo-animale ha da sempre connotazioni svariate, l'animale serve all'uomo per nutrirsi come fonte diretta di cibo, per aiutarlo a procurarsi il cibo (nella caccia), può essere una fonte di pericolo, quindi un essere che si teme, da cui difendersi, o al contrario una fonte di compagnia, di affetto, di aiuto (cani da salvataggio, per i ciechi, anti-droga, ecc.) o un essere da sacrificare agli dei (nel passato), o da sacrificare per la scienza, nel presente. Physiologus di Berna Pantera

Proprio per le numerose sfaccettature che questo rapporto può assumere gli animali sono entrati a far parte dell'immaginario delle persone, diventando spesso dei simboli: del bene, del male, di qualità diverse, di mondi fantastici.

Questo immaginario emerge negli ambiti più svariati e in diverse forme di espressione umana. Così ritroviamo gli animali nel mondo religioso, nella letteratura, nella musica, nel cinema, nell'arte in genere, nella tradizione popolare, nei sogni dell'uomo.

 La divinità egizia Anubi ha la testa di cane; Gesù Cristo, nella simbologia cristiana, si identifica con l'immagine dell'agnello. Lo Spirito Santo con una colomba. Il cavallo Bucefalo è entrato nella storia per aver accompagnato Alessandro Magno nelle sue più grandi imprese e Argo è una delle più antiche testimonianze letterarie del legame di fedeltà che può esistere tra un cane e il suo padrone. Physiologus di Berna Pantera
 
Da dove proviene la speciale amicizia e il particolare legame tra l' uomo e certe specie animali? da dove la paura, la diffidenza e il ribrezzo che egli nutre nei confronti di altre (insetti, rettili)? Le varie leggende antiche medievali che hanno animali come protagonisti, sono soltanto esito di credenze "superstiziose" o "prescientifiche", oppure celano un diverso e più profondo messaggio?
 
In questa ricerca, in questa sorta di bestiario, ho incontrato vari animali tutti molto interessanti quali:
AQUILA, CHIMERA, OCA, DELFINO, CIVETTA, PANTERA, ARIETE, GIRAFFA, DRAGO, ASINO, CERVO, ORSO, UNICORNO, FENICE e molti altri animali più conosciuti quali il cane e il gatto, tutti interessanti perché poi divenuti simboli.
Phoenix_detail_from_Aberdeen_Bestiary aquila
Chi sono gli animali?  Ci vivono accanto, popolano il nostro immaginario, riflettono come uno specchio le contraddizioni più intime che albergano nei fondali dell'inconscio, ritornano nei sogni e ci spaventano o ci caricano di sensi di colpa, ma sanno anche traghettarci lontano dalla cappa noiosa e spietata del nostro essere uomini. Ci sono ancora degli animali in grado di insegnarci il volo, di dare forma al nostro bisogno di segni o di suggerire alla fantasia un mondo con altri orizzonti, altri colori, altre percezioni?
Domande come queste possono sembrare inutili, soprattutto nella nostra cultura imprecisa e superficiale, pronta a scambiare una riproduzione virtuale per la realtà, troppo attenta al miraggio ottico e alla confezione per fermarsi a riflettere sul contenuto del dono.
E' allora lecito chiedersi: perché, sotto forma di peluche e pupazzi li eleggiamo compagni dei nostri figli? perché abbiamo bisogno di questi feticci?

OrsoMarsicano
Per dare una risposta a questi interrogativi non basta conoscere il nostro profilo psicologico, la nostra storia di uomini, il catalogo delle pulsioni che ci animano, in altri termini apprestarsi ad un'indagine sulla specie Homo sapiens partendo da una concezione autarchica dell'umanità. Così facendo arriveremmo a conoscere solo in minima parte e in maniera approssimativa questo fenomeno, come parimenti accadrebbe se ritenessimo sufficiente la conoscenza dell'etologia animale per definire il tipo di rapporto che si viene a instaurare tra l'uomo e l'animale indagato.
Per capire fino in fondo questa relazione, il modo o i modi in cui si articola, le valenze, i rischi e le opportunità, per dare una spiegazione a questo bisogno profondo che l'uomo ha di interagire con le altre specie, è necessaria un'analisi ad hoc. Non si tratta infatti di eleggere l'animale a oggetto di studio, ma di soffermarsi sul rapporto, cioè sui numerosi piani di interfaccia del partner umano e animale, partendo proprio dai livelli di reciprocità, dall'adeguatezza, cioè dalla competenza a soddisfare particolari bisogni, dall'autenticità di queste pulsioni. Molti ritengono che il riferirsi all'alterità animale sia sempre e comunque un atto di sostituzione. Senza negare l'eventualità di una tale situazione, il bisogno della referenza animale è autentico, fa parte integrante della nostra cultura .

 

L'animale talvolta sostituisce un altro referente (affettivo, educativo, etc.) ma il più delle volte viene sostituito. L'animale sta infatti scomparendo, un dato di partenza preoccupante se riteniamo la referenza animale indispensabile per potenziare i contenuti della nostra umanità; irrilevante se consideriamo l'alterità animale insignificante per la nostra storia di uomini.
Considerare il ruolo centrale della relazione con l'animale nel potenziare, o nel rendere possibili i contenuti umani più peculiari, non significa valutare l'animale in modo strumentale. Al contrario, vuole dire rendere comprensibile l'importanza della partnership con il mondo non umano nella storia e nel presente. E cioè la connessione di potenzialità percettive, interpretative e operative, che ha dato luogo a quell'insieme di prestazioni che arbitrariamente (e arrogantemente) ascriviamo alla nostra specie, come se essa si muovesse in completa autonomia e solitudine sul pianeta.
Oggi l'uomo tende ad attribuirsi il merito di ogni conquista tecnologica e culturale dimenticando il suo debito verso l' animale, dimenticando cioè che all'inizio di ogni grande innovazione vi è stata un'alleanza ‘zooantropologica’. Diversi peraltro sono stati i ‘contratti’ che l'uomo ha stretto con le diverse specie animali. E se Darwin con tocco rivoluzionario ha saputo dare la spallata finale all'edificio platonico delle essenze e della purezza, oggi, a centocinquant'anni (1859) di distanza dalla pubblicazione di L'Origine delle specie, scopriamo come la contaminazione con la realtà animale, la chimera umano/non umano sia sempre stata l'inizio di ogni rivoluzione tecnologica dell'uomo. Questa presenza ibrida, che ci richiama l'hybris del mondo classico, scacciata, rinnegata, aborrita, ritorna per far capire quanto sia indispensabile per l'uomo varcare la soglia della solitudine di specie per aumentare il livello delle sue prestazioni o addirittura accedere a nuove performances, negate dai geni ma presenti nel mondo animale.
pellicano
Accontentarsi dei nostri sogni sull'animale; significa impoverire il proprio immaginario.
Mai come oggi l'uomo si sta accorgendo della solitudine, oltre che individuale, morale e sociale. E' una solitudine nuova, latente e strisciante, a tratti evocata da un gesto inconsulto e irrazionale: perché un gatto ci muove tanto interesse? perché siamo disposti a tollerare le incombenze relative all’avere in casa un animale? Non è per caso che di colpo, senza quasi rendercene pienamente conto, ci siamo sentiti soli, spogliati di una presenza connaturata, di un rapporto iscritto tra i diversi bisogni della nostra specie?
A dispetto dell'esplosione della pet-mania nei paesi occidentali, la Terra si sta velocemente desertificando della presenza animale e il nostro quotidiano stesso si sta spogliando dei variopinti colori, dell'immenso repertorio comportamentale dell'universo animale.
Sempre più presente nell'immaginario quanto più assente nella consuetudine, l'animale è scomparso da quella frequentazione concreta che era possibile nelle campagne non più tardi di trenta-quarant'anni fa e che oggi è impensabile (e da molti desiderabile). Nell'immaginario, l'animale si è trasformato, un po' come nei bestiari medievali. Molto più comodo ricalcare le orme della produzione disneyana facendo tesoro, tra l'altro, di tutti i retaggi culturali e in particolar modo dei pregiudizi, i più facili da consegnare a una tradizione. Il risultato è un indescrivibile pasticcio che potrebbe essere utilizzato, con il metro di Hillman, per misurare i nostri desideri reconditi e le nostre paure.

Il rapporto con l'animale è sicuramente una delle esperienze più autentiche e confortanti che la vita ci riserva. Tutti sanno che per migliorare il proprio legame con il cane o il gatto è necessario prima di tutto conoscere la loro etologia, ma pochi sono a conoscenza del fatto che per valorizzare la presenza dell'animale, in casa o più in generale nei diversi contesti della vita, è altrettanto importante capire le caratteristiche di questo rapporto. Quali intimi bisogni trovano soddisfazione nella relazione con l'animale? Per quale motivo l'uomo ha sentito la necessità di addomesticare alcune specie? Perché l'animale continua a influenzare così profondamente i sogni, l'immaginario, il catalogo simbolico, le figure metaforiche, insomma il nostro modo di rappresentare il mondo?
La nostra vocazione a osservare gli animali, a imparare dagli animali, ad immedesimarci negli animali, anche in senso simbolico-figurativo, ad addomesticarne alcune specie, può costituire un vantaggio in termini evolutivi.

Physiologus Aberdeen Bestiary

 


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martedì, 16 giugno 2009

Un breve commento del film “Io non ho paura”.

I due fratellini

Il libro da cui è stato tratto il film è di Niccolò Ammaniti, un astro nascente della letteratura non solo italiana credo, figlio dello psicoanalista Massimo Ammaniti, col quale ha scritto Nel nome del figlio. L'adolescenza raccontata da un padre e da un figlio. Per ristabilire un patto, per recuperare la speranza.
 
Regia: Gabriele Salvatores
Con: Aitana Sanchez-Gijon, Dino Abbrescia, Giorgio Careccia, Antonella Stefanucci, Riccardo Zinna, Michele Vasca, Giuseppe Cristiano, Mattia Di Pierro, Diego Abatantuono, Stefano Biase.
 
La vicenda umana che vi si narra, tende a far risaltare le analogie in termini di processo con quanto avviene al nostro interno quando ci imbattiamo improvvisamente in un dato esperienziale estremo, che ci apre violentemente gli occhi su un aspetto della realtà che non conoscevamo, e con quanto avviene nel sociale, in cui l’individuale è trama e tramato, poiché non si può capire l’uno se non attraverso l’altro, e soprattutto perché è proprio attraverso l’uno che si vuole parlare dell’altro e del “possibile oltre”: il sottosuolo melmoso del "troppo umano".
Non è un film realistico o sociologico, quanto invece simbolico e universale, affinché possa meglio parlare nel profondo dell’attuale condizione di umano degrado e al fine di rendere praticabile la via d’uscita indicata dal fanciullo verso una nuova antropologia.
Sull orlo della buca

L’occhio e la buca. Cercando gli occhiali della sorellina di sei anni, caduti nei pressi di un sito diroccato e distante dalle abitazioni, dove i bambini, contravvenendo al divieto dei genitori, si recavano ogni tanto per giocare, Michele, 10 anni, scopre una buca nel terreno (sul cui coperchio stavano gli occhiali della bambina) dove viene tenuto segregato un bambino.
bambino nella buca L’evento è sconvolgente. E lo diventerà maggiormente man mano che scopre il coinvolgimento dei genitori nel sequestro. Sul bordo di quella buca, simbolo di nascita e morte, fonte di attrazione e di terrore a un tempo un mondo intero rischia di precipitare e disintegrarsi, e un mondo intero finisce veramente: quello dell’infanzia.

Diversi e identici. Filippo, il bambino sequestrato, pensa di essere morto e che anche i suoi genitori siano morti, altrimenti non potrebbero lasciarlo lì, e concepisce l’apparizione di Michele come quella di un angelo. Per contro, anche Michele stenta a considerare pienamente umano il “bambino nascosto”. La scoperta dell’uno è scoperta dell’altro.

Nasce così nei due bambini la fantasia archetipica del gemello divino, il syzygos, presente in numerose mitologie: l’uno supero e l’altro infero, o più semplicemente l’uno mortale e l’altro immortale, come Castore e Polluce, indissolubilmente legati tra loro. Questa è l’iniziale elaborazione del dramma da parte di Michele, orientato alla salvezza strenua e disperata dell’altro, pena la perdita di sé e della vita.io-non-ho-paura

Letto in chiave di vicenda interiore, Michele, superata la paura di guardarsi dentro, scopre un Sé nascosto, gemellare, forse il suo stesso progetto nel mondo che potrebbe richiedergli un doloroso allontanamento dalla famiglia d’origine e il taglio delle radici contadine. Alla fantasia di Michele fa eco la fantasia di Filippo degli "orsetti lavatori" che, pur collocandosi su un altro registro simbolico, conduce sempre all'archetipo dei Gemelli. L'orsetto lavatore è infatti il Procione che, a livello astrale, è la stella più luminosa (di una coppia di stelle) della costellazione del Cane Minore, che si trova tra la costellazione dei Gemelli e quella del Cancro che, secondo il simbolismo astrologico, presiede alla nascita.
 

Due padri e una madre. La scoperta del Sé nascosto è legata a un’altra dolorosa scoperta, quella del lato oscuro del padre, coincidente con il lato oscuro dell’attuale società del benessere materiale, rappresentato da Sergio Materia: il capo milanese della combriccola, con cui il ragazzo dovrà fare i conti. Mentre la madre, subalterna e sottomessa, appare sicuramente più unitaria, pur nella sua ambivalenza tra complicità col marito e complicità col figlio, ma è lei la vera mandante della possibile eliminazione fisica di quel “nato diverso” nella fantasia gemellare del figlio. Interessante la variante edipica che viene proposta.

Le crisi non elaborate. A poco a poco affiorano anche i drammi esistenziali dei singoli componenti lo sparuto gruppuscolo di varia umanità di questa improvvisata “anonima sequestri”, impossibilitati a elaborarli se non nel sintomo o nella fuga verso illusorie prospettive di benessere: il Brasile del capobanda Sergio Materia, o più modestamente quella del ristorante dove si possono mangiare gli spaghetti con le cozze, della madre del ragazzo.

La seconda vista del femminile. Interviene a questo punto un fatto curioso, che non può essere minimamente compreso se non all’interno di questa mirabile architettura simbolica dove tutto appare come sincronizzato: la sorellina di Michele, tenuta all’oscuro anche dal fratello nonostante le sue richieste di chiarimento su quello che stava succedendo, dice di vedere un cane correre nel campo, che però il fratello non vede. “Allora lo posso vedere solo io”, gli risponde. Cosa significa? E cosa c’entra nel contesto? Attingendo a livello inconscio a un simbolismo antico la piccola sta scoprendo con i suoi strumenti il terribile segreto che circonda il dramma che si sta consumando in quello spazio-tempo e che rischia di travolgere tutti, contribuendo a tessere la tela di una possibile risoluzione creativa. Il cane è lo ‘psicopompo’ che si è attivato per condurre l’anima da un aldiquà a un aldilà.

Sarà forse la sorellina di Michele la nuova anima del mondo, depositaria della visione dei processi di trasformazione della psiche e di modifica dei valori.

La sorellina


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martedì, 26 maggio 2009

Sesto senso

giallo_napoli S.E.

Questa ricerca- piuttosto affascinante- mi ha impegnato molto. Ho cercato di renderla ‘concentrata’ ma è comunque risultata lunga.
Le illustrazioni con cui l’ho corredata sono di un pittore salernitano: Sergio Etere (sergioetere.blogspot.com), a mio giudizio molto bravo e le sue tele astratte mi sono parse particolarmente adatte a rappresentare questo argomento che segue e che per taluni –io sono una dei “taluni”- è estremamente interessante.
 
 
“Sesto senso”, “seconda vista”, “terzo occhio”, sono tutti termini riconducibili all’ESP, sigla entrata nell’uso comune a partire dal 1930 e ormai universalmente accettata che sta per “Percezione Extra Sensoriale” (dall’inglese Extra Sensory Perception, definizione proposta da Joseph Banks Rhine –1895-1980-). Con essa si indicano alcune possibilità inconsuete di interazione tra l’uomo e l’ambiente esterno e quindi la possibilità di acquisire informazioni e conoscenze al di là delle usuali vie sensoriali umane: vista, udito, tatto, gusto e olfatto.
Nella letteratura specializzata i Fenomeni ESP sono ulteriormente e spesso indicati anche come:
  • Paranormali, poiché non obbediscono alla “norma”, cioè alle leggi dello spazio, tempo e casualità.
  • Fenomeni psi-cognitivi o Fenomeni Psi.
Questa terminologia è più accettata rispetto ad altre perché termini equivalenti come “parapsicologico”, “metapsichico”, “paranormale” sono costituiti da prefissi che richiamano quasi sempre associazioni con discipline più “evocative” quali la metafisica, la religione, il soprannaturale, il magico.
I fenomeni di percezione extrasensoriale (ESP) si distinguono in: Telepatia, Chiaroveggenza e Precognizione. percezione Sergio Etere

La telepatia è definita come quel fenomeno psi-cognitivo per cui si ipotizza che un uomo acquisisca una conoscenza interagendo con la mente di un altro uomo per vie che non sono quelle mediate dai sensi conosciuti. In particolare, in base all’etimologia greca, la telepatia (da téle- lontano e pathos- sofferenza, sentimento) indica ciò che si prova, che si sperimenta, che si sente da lontano, quindi anche un’impressione, un sentimento, un turbamento a distanza.

La Chiaroveggenza è intesa come la percezione di stati di fatto non mentali. E’ la capacità di vedere con l’intelletto oggetti ed eventi che l’occhio non percepisce.
La Precognizione è, forse, il fenomeno più conturbante e allo stesso tempo affascinante fra tutti quelli studiati in parapsicologia. Si può definire come quel fenomeno psi-cognitivo per cui un individuo acquisisce una conoscenza di un avvenimento prima che questo si verifichi e che è logicamente e statisticamente imprevedibile.

Si parla inoltre di "Psicometria” (detta anche Psico-scopia). Il fenomeno consiste nel fatto che il soggetto detto comunemente “sensitivo”, viene messo a contatto con un oggetto, di cui racconta la “storia”. Secondo alcuni studiosi, dato che è difficile incontrare un fenomeno ‘puro’, per esempio, di sola telepatia o chiaroveggenza, è probabile che questi fenomeni costituiscano un’unica facoltà che si esplica in modo diverso.

I fenomeni di percezione extrasensoriale si suddividono in spontanei (o accidentali) e sperimentali. I primi sono oggetto dell’esperienza diretta di un individuo e possono verificarsi in qualsiasi momento, senza l’intervento volontario del soggetto. I secondi, invece, sono quelli che si cerca di replicare in laboratorio e quindi in condizioni ben controllate dallo sperimentatore. Per esempio molto utilizzate a questo scopo, fin dagli anni trenta, le celebri “carte Zener” o carte ESP costituite da cinque specifici simboli.
forza_interiore
A questi semplici simboli delle carte ESP spesso sono stati alternati svariati simboli maggiormente ricchi di contenuto “emotivo”, nell’ipotesi che ciò potesse facilitare l’estrinsecazione in ambito sperimentale dei fenomeni PSI.
I fenomeni ESP sono studiati da una specifica disciplina, la “Parapsicologia” detta anche “Psychical Research ( Ricerca Psichica) nei Paesi di lingua inglese e “Metapsichica” nei Paesi di lingua latina. In realtà, dopo il congresso di Ultrech (1953) il termine Parapsicologia ha praticamente sostituito quello di Metapsichica.

Originariamente si utilizzavano mazzi di carte numerate o siglate con le lettere dell’alfabeto. Successivamente venne creata una nuova serie di carte che potevano essere facilmente distinguibili e memorizzabili. La soluzione fu il mazzo di carte ESP costituito da cinque simboli (cerchio, stella, quadrato, onde, croce) che nelle intenzioni dell’ideatore dovevano essere anonimi e suscitare reazioni emotive nei soggetti sperimentali.
Le ricerche, originariamente partite dalla telepatia, si estesero presto alla chiaroveggenza e anche alla precognizione. La vera originalità di questi esperimenti basati sull’uso delle carte e sulla valutazione statistica dei risultati è consistita nel fatto che non si cercava di dimostrare la realtà delle manifestazioni paranormali, quanto piuttosto di escogitare metodologie di studio con le quali tali fenomeni potessero essere ripetuti da chiunque in qualsiasi laboratorio.

La Società Italiana di Metapsichica fu la prima organizzazione italiana, riconosciuta ufficialmente dallo Stato, sorta col precipuo scopo di studiare scientificamente e sistematicamente i cosiddetti fenomeni paranormali nel settore della parapsicologia.
 
Tra i lavori portati avanti dalla S.I.M. è noto quello dello psicoanalista Emilio Servadio, che dal 1935 ha pubblicato una serie di articoli che fanno luce sulla psicodinamica delle manifestazioni psicognitive. I risultati principali cui Servadio è pervenuto possono essere sintetizzati nei seguenti punti:
  • il substrato dell’ESP è rappresentato da relazioni interpersonali emotivamente significative;
  • questi rapporti si possono far risalire all’infanzia, il che spiega il maggior manifestarsi dell’ESP fra consanguinei (in particolare madre-figlio);
  • l’ESP costituirebbe una sorta di comunicazione arcaica e primitiva;
  • il movente inconscio dell’ESP è spesso l’angoscia di separazione, vissuta come perdita dell’oggetto;
  • il fenomeno telepatico è strutturalmente inconscio.
  • foschia
Un altro italiano che si è occupato della percezione extrasensoriale, in un ambito nettamente diverso, quello etnologico, è Ernesto De Martino: uno storico delle religioni, che studiò la percezione extrasensoriale per verificare l’effettiva presenza e la funzione delle capacità paranormali in ambito etnologico. Nel saggio “Percezione extrasensoriale e magismo etnologico” del 1942, l’autore conduce una ricerca in tal senso.

Egli riporta “un certo numero di documenti etnologici sufficiente per generare la convinzione che, presso popoli primitivi la credenza nei poteri metagnomici accompagna un reale esercizio di questi poteri”. Qui di seguito, due dei numerosi esempi riportati dall’autore:

(Documento 1): -“V.V.K.Arseniev mi riferì un caso da lui personalmente osservato: uno sciamano invitò due altri sciamani da luoghi lontani in una particolare circostanza (malattia improvvisa di un giovane), ed essi arrivarono entro un lasso di tempo tale da escludere materialmente la possibilità che fossero stati avvertiti da un messaggero”.

Un altro lavoro che fornisce interessanti documenti di percezione extrasensoriale fra i popoli di “natura” è quello del Trilles sui Pigmei dell'Africa Equatoriale:

(Documento 6): “- Conversavo un giorno con uno stregone ‘negrillo’. I miei uomini con le piroghe dovevano raggiungermi e portarmi le provviste. Incidentalmente ne parlo al mio uomo domandandomi: “Saranno ancora molto lontani, mi porteranno ciò che ho chiesto loro?”. “Ma dirtelo è cosa facilissima”. Prende il suo specchio magico, si concentra, pronunzia qualche incantesimo. Poi: "In questo momento gli uomini stanno doppiando il punto tale del fiume (era lontano più di un giorno di piroga), il più grande sta per tirare un colpo di fucile su un grosso uccello, lo ha abbattuto, gli uomini remano energicamente per raggiungerlo, esso è caduto nell’acqua. Lo hanno preso. Essi ti portano ciò che hai chiesto". Infatti tutto era vero, provviste, colpo di fucile, uccello abbattuto: ed era, lo ripetiamo, a un giorno di distanza dal luogo.” 
carminio S.E.

 
 Secondo De Martino, come condizione fondamentale per la manifestazione delle attitudini “metagnomiche” la coscienza onirica è particolarmente propizia a suscitare fenomeni del genere .

Proprio negli anni successivi, intorno agli anni cinquanta e sessanta, nasce un’originale filone di ricerca, quello relativo all’indagine parapsicologica sui sogni. Viene affermata l’esistenza di un particolarissimo tipo di esperienze psicologiche che si verificano durante lo stato di sonno che implicano una conoscenza per via extrasensoriale di pensieri o avvenimenti esterni al sognatore. La percezione extrasensoriale, come il sogno, è un processo intrinseco alla natura umana: rivela la conoscenza inconscia che l'uomo ha di sé stesso e del suo rapporto col mondo.
Sono moltissimi i resoconti di fenomeni onirici raccolti negli archivi degli istituti di parapsicologia e psicologia di tutto il mondo. Si tratta di esperienze che dimostrerebbero la possibilità che i sogni rivelino eventi che si svolgono a distanza e che non si sarebbero potuti immaginare basandosi sulla logica o sul buon senso. Si distinguono tre tipi di sogni paranormali, ognuno di essi legato a ciascuna modalità di percezione extrasensoriale: telepatia, chiaroveggenza e precognizione.

Nei sogni telepatici il sognatore percepisce per via extrasensoriale idee che in quel momento sono pensate da un'altra persona. Nei sogni chiaroveggenti succede d'assistere a scene che stanno avvenendo in luoghi lontani. I sogni precognitivi, o premonitori, annunciano eventi che devono ancora accadere. Da un punto di vista generale le caratteristiche formali e psicologiche dei sogni paranormali sono:
astratto
  • le persone riconoscono questi sogni differenti da quelli ordinari in ragione di una loro particolare vividezza, impressione ed intensità;
  • il sognatore sente che essi hanno un significato importante e si sente spinto a raccontarlo;
  • sono vissuti onirici che vengono facilmente rievocati al risveglio;
  • frequentemente segnalano episodi inattesi o tragici;
  • non presentano quella bizzarria e quella dinamicità da una scena all'altra tipica dei sogni comuni.
 
Anche molti Nobel lo ammettono: molte scoperte nascono da intuizioni giunte nel sonno, nel dormiveglia, o sovrapensiero, mentre si compiono azioni ripetitive. Su 83 premi Nobel della scienza e della medicina, 72 citano l'intuizione fra i fattori determinanti del loro successo. E a essi si accodano fisici e astronomi. Intuire significa rinunciare al controllo della mente razionale e fidarsi delle visioni dell'inconscio, che non possono essere quantificate o giustificate razionalmente, poiché si fondano sull'abilità di organizzare l'informazione in idee nuove e imprevedibili.

“Con la logica dimostriamo ciò che con l'intuizione abbiamo scoperto" così disse il grande matematico francese Jules Henri Poincaré, vissuto fra l'800 e il '900. Poincaré parla infatti di una fase di "incubazione", in cui il ricercatore "dimentica" i dati del problema, mentre il suo cervello continua a rimuginarli, formando miriadi di combinazioni. Poi, quando meno la si aspetta, dall'inconscio arriva l'illuminazione".

metamorfosi
 
Già Ippocrate, Aristotele e Galeno credevano a questi sogni prodromici e li spiegavano dicendo che il sogno è come se amplificasse le sensazioni.

Se pensiamo agli studi sul sonno che ci derivano dalla medicina taoista, o da quella ayurveda, scopriamo che il loro grande segreto era come far parlare coscientemente l'organo. Molto spesso si scopre con stupore una netta corrispondenza tra il vissuto del corpo e l'analogo psichico, nel sogno. Come è noto fu S.Freud il primo studioso a strutturare un approccio scientifico del sogno; egli si era occupato anche di quelli che sono stati definiti “sogni insoliti” o “sogni paranormali”. Nonostante la sua ferrea impostazione positivistica, Freud aveva affermato che: “….è un fatto incontestabile che il sonno crei condizioni favorevoli alla telepatia” (1953). paesaggio_grigio sergio etere

 E infine:“ ...il sogno porta in primo piano contenuti che non possono derivare né dalla vita matura né dall’infanzia dimenticata di colui che sogna. Siamo costretti a considerarli come una parte dell’eredità arcaica che il bambino, influenzato dall’esperienza degli avi, porta con sé al mondo prima di ogni esperienza”.

Come si vede c’è un’apertura sconfinata alle potenzialità del sogno che richiama le note di Pierre Codoni (“Psicofisiologia del sogno” medico psicanalista franco-svizzero): “...lo studio del sogno ci collega direttamente con l’infinito dell’inconscio e l’infinito del vuoto. Ci fa cogliere il processo primario, l’energia libera che si sposta e si condensa senza limiti, l’assenza di spazio, di tempo e di logica, la coesistenza dei contrari, la complessità dell'istantaneità. Ciò significa, dunque che il sogno stesso è infinito, che il suo studio è infinito, come quello dell’inconscio, come quello dell’universo”.

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Nonostante le numerose critiche, gli studi sulla percezione extrasensoriale continuarono. Verso gli anni settanta, soprattutto negli Stati Uniti, questo campo di ricerca diventò di notevole interesse tanto che, durante la guerra fredda, “sensitivi diplomati” venivano ingaggiati dai servizi segreti per scopi militari. In questo periodo ci fu una vera e propria ricerca a lungo termine sulla percezione extrasensoriale denominata “Star Gate”, un programma conosciuto nella storia della parapsicologia anche con il nome di “Fame”, “Sun Treak” o “Scanate”. Questa ricerca fu finalizzata dal governo americano in collaborazione con NASA, CIA e varie organizzazioni collegate con i servizi segreti.

All’apice della guerra fredda (1970), sotto la crescente minaccia della dominazione sovietica, ad attirare l’attenzione dell’intelligence americana su questo argomento fu il libro “Psichic Discoveries Behind The Iron Curtain” scritto da Sheila Ostrander e Lynn Schroeder. Gli autori documentavano un budget di 60-300 milioni di rubli annui spesi dai sovietici per reclutare medium, scienziati, individui dotati di capacità telepatiche e psicocinetiche arruolandoli con mansioni di controspionaggio psichico e di ricerca sulle applicazioni nella sicurezza nazionale.

paesaggio_grigio sergio etere

Questo libro innescò la preoccupazione dei vertici militari americani tanto che nel 1972 la D.I.A. (Defense Intelligence Agency) creò un documento chiamato “Controlled Offensive Behavior- U.S.R.R.”( Comportamento offensivo Controllato). La D.I.A. temeva che i sovietici potessero guadagnare una posizione di vantaggio nello spionaggio internazionale usando personale “atipico” come le spie psichiche che avrebbero potuto individuare a distanza le intenzioni politiche dei leader americani o dei documenti top secret sulla locazione strategica di truppe e armamenti U.S.A., oppure inabilitare veicoli spaziali e satelliti.

A questo scopo nacque il programma “Star Gate” che fu affidato a due scienziati: Russel Targ, un fisico noto come studioso nel campo della parapsicologia e Harold Puthoff, ingegnere e specialista di fisica dei Laser. In venti anni di ricerca sono state prodotte prove che dimostrano l’uso della “telestesia” ( Visione a distanza o “remota”: facoltà paranormale che permette di percepire e descrivere eventi e/o soggetti lontani, preclusi alla percezione normale) per raggiungere obiettivi strategici militari. I Test venivano effettuati in laboratorio.

 Per esempio nel 1974 la C.I.A. rimase stupita da Pat Price, un “sensitivo” che, avendo ricevuto solo le coordinate geografiche di un sito lontano descrisse in modo corretto una pista di atterraggio rappresentando l’area di collaudo nucleare sovietica, ultra segreta di Semiplotinsk nel Kazakhistan. Questa notizia fu anche confermata dalla rivista Aviation Week, tre anni dopo l’accaduto.

Ancora oggi test simili vengono effettuati.
metempsicosi

Attualmente, molti studiosi della percezione extrasensoriale ritengono che essa possa essere fatta coincidere semplicemente con l’intuizione.

L’intuizione (dal latino intueri di cui in -dentro e tueri -osservare viene definita come l’attitudine a conoscere l’ultima essenza delle cose senza dover ricorrere al ragionamento. E’ quindi una particolare forma di conoscenza per cui l’oggetto risulta immediatamente presente alla coscienza in quanto non dipende da alcun processo logico e razionale. Per la scienza l’intuito è l’esperienza, unita a conoscenza che non sappiamo di avere. Esplorando la mente più in profondità psicologi e neuroscienziati stanno portando alla luce prove di percezione e capacità inconsce più complesse: il nostro cervello cioè incamera informazioni a nostra insaputa che al momento opportuno fa emergere in nostro aiuto. bolle S.E.
 

Pare che l’intuito abbia origine proprio grazie ad una buona trasmissione di dati e quindi ad un ottimo collegamento tra i due emisferi cerebrali. In altre parole, se la sede del linguaggio e del ragionamento in senso stretto è posto nell’emisfero sinistro e quello destro è il luogo della nascita delle emozioni, l’intuizione per attivarsi ha bisogno di un processo neurale che coinvolga entrambi gli emisferi e probabilmente anche alcune zone marginali del nostro cervello.

 Alain Branconnier, psichiatra francese, sostiene che le donne hanno una maggiore capacità di tener conto di ciò che può essere percepito. Questo “sesto senso” più sviluppato nelle donne si spiega, secondo David Myers, soprattutto con la capacità empatica delle donne che sono anche più abili degli uomini nel decodificare le proprie emozioni. Un esperimento di laboratorio condotto all’università di Parigi ha dimostrato che le donne provano un più ampio spettro di emozioni, le manifestano più facilmente e le percepiscono meglio degli altri; vantaggio però limitato all’intuizione sociale.

In conclusione, credo che questo ambito di ricerca, tanto affascinante sia arrivato ad un punto tale in cui non si può né relegarlo nel mondo delle credenze magiche né catalogarlo tra le branche scientifiche. Sono d’accordo con quanto affermato da un grande fisiologo A. Carrel: “tale tipo d'intuizione o sesto senso, è una certezza scientifica: essa si trova allo stato rudimentale in molte persone e si sviluppa in un piccolo numero d'individui, i quali “non guardano, non cercano ma sanno”. E’ l'intuizione “paranormale”, oggetto di contestazione “perché - dice Carrel - questi fenomeni sono fuggitivi, non si riproducono a volontà, sono immersi nell'immensa massa delle superstizioni, delle menzogne e delle illusioni dell'umanità”. E’ un dato di fatto che si verifichino eventi che non si possono spiegare con il comune raziocinio o con le attuali scoperte scientifiche riconosciute.

Uragano


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martedì, 19 maggio 2009

La solitudine: le due facce della stessa medaglia

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L’essere umano è, per sua natura, un animale sociale. Necessita di confronto con gli altri, sente il bisogno di gratificazioni o, comunque, di riconoscimenti per quello che è o ciò che fa.
Anche per l’individuo più autosufficiente sussiste il bisogno psicologico di vivere con e attraverso gli altri.
La solitudine totale, semmai dovesse verificarsi, è intollerabile. Esistono forme di solitudine non appariscenti né conclamate, ma che costituiscono per l’individuo una sorta di condanna. Per esempio, una persona emarginata non lo è soltanto se viene allontanata come un pericolo, ma anche se la sua stessa natura la porta ad un’ insormontabile incapacità di comunicazione e quindi ad una condanna all’isolamento. La solitudine: quel muro costituito dalla mancanza di comunicazione, non sempre dovuto alla carenza di argomenti, è più spesso causato da un vero e proprio blocco psicologico che impedisce di esternare i propri pensieri in modo comprensibile agli altri.
Tali persone si scontrano non solo con la loro indole, ma anche con la “cattiveria” degli altri, pronti molto spesso a sbeffeggiare i timidi e gli introversi piuttosto che ad aiutarli ad uscire dalla loro “chiusura”.
hopper_nighthawks
Di solito, chi soffre di solitudine presenta anche un quadro in cui la mancanza di fiducia in sé stesso e negli altri la fa da padrone. Frequentemente accade che le persone si chiudano a seguito di delusioni e stentino ad uscirne fiduciosamente vincendo la diffidenza, la debolezza e la paura di dover affrontare nuove delusioni. Molti vedono l’interlocutore come un gelido muro contro cui sbattere non potendo oltrepassarlo e creare quindi un punto di incontro.
Non va dimenticato che, il più delle volte, siamo noi che ci auto-emarginiamo.
solitudine
Esiste, per fortuna, un aspetto positivo della solitudine che noi, autonomamente e in certi momenti, ricerchiamo: è la ricerca di un buon rapporto con noi stessi e che sta alla base di un buon rapporto con il mondo esterno. E’ importante recuperare da soli, senza influenze esterne, la necessaria fiducia nel nostro Io. Certo, chi è abituato da anni ad avere sempre accanto qualcuno, una volta che dovesse trovarsi solo non è detto che sia in grado di affrontare, da un momento all’altro, la solitudine senza un aiuto psicologico.
Il bisogno della solitudine, se non è avvertito, va comunque preso in considerazione –è importante avere propri spazi dove gli altri non possano entrare-. La necessità di confronto e approvazione degli altri va benissimo, ma solo per trovare eventuali conferme a decisioni già prese da noi in prima persona. Non c’è nulla di peggio del fingere con noi stessi e cercare negli altri alibi e di conseguenza farne dei capri espiatori per i nostri errori. Occorre onestà con sé stessi in primis ma anche con coloro a cui, eventualmente, si chiedono suggerimenti o consigli.
solitudine
La solitudine, a conclusione, oscilla fra due poli: né un bisogno assoluto, né un comportamento negativo -salvo che raggiunga la misantropia-. In teoria è possibile risolvere un problema di solitudine cercando di vincere quella di altri ma, un’eccessiva disponibilità, magari letta come un’intromissione, può nuocere anziché aiutare. Il giusto equilibrio, in questi casi, è particolarmente importante. Ecco perché se il problema si presentasse in forma grave, è meglio fare riferimento a uno psicologo professionista, ricordandosi che il chiedere aiuto a chi ha più esperienza non è una forma di debolezza.

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giovedì, 14 maggio 2009

Monogamia e infedeltà

nido_rondini

Molti malintesi sulla monogamia e sull’infedeltà ebbero origine ai tempi di Darwin. Sia lui che altri naturalisti formularono, a proposito dell’accoppiamento, ipotesi più che ragionevoli basate su osservazioni dirette di animali.
Per esempio, quasi tutti gli uccelli formano delle coppie durante la stagione degli amori e i biologi ritenevano che tale legame fosse necessario per la sopravvivenza dei piccoli, alternandosi nella cova delle uova, dar loro nutrimento e protezione sino all’insegnamento al volo. Tale esigenza di stabilità faceva presupporre anche la monogamia. Ma con una maggiore attenzione e approfondimento, aiutati anche dalla mappatura del DNA per stabilire la paternità dei pulcini, si scoprì che una percentuale che variava dal 30 al 70% dei piccoli nel nido non era stata generata dal maschio che li accudiva con la compagna, evidentemente infedele!
Allo stesso modo, la rondine femmina è molto esigente e le sue “tresche adulterine” non si contano… Di solito tradisce con maschi che hanno la coda lunga e simmetrica, una peculiarità di grande interesse per la rondine femmina, perché denota un classico segno di resistenza ai parassiti e quindi la certezza –o la speranza- che questo tratto positivo passi anche alla prole.
ape regina e fuchi
Altro esempio: l’ape regina lascia l’alveare solo una volta all’anno, ma durante quella singola uscita si accoppia con un minimo di 25 fuchi che la seguono dappresso riuscendo ad accontentare la “dissolutezza” della regina che si ritrova circa quattro milioni di uova fecondate, al di là che i poveri fuchi cadono poi stecchiti per lo sforzo! Questa varietà di compagni è utilissima per assicurare la diversificazione genetica della specie.
Non che i maschi siano stinchi di santo. Ad esempio il balestruccio purpureo non più giovanissimo (la più grossa rondine esistente sul pianeta) costruisce il nido, corteggia una compagna, la feconda e poi se ne va in giro in cerca di altre avventure, tutte a scopo riproduttivo, ma del nido non se ne occuperà più, tanto che la sua prima compagna sarà costretta a cercarsi un altro partner più giovane e meno scaltro che però l’aiuterà ad accudire la nidiata.
Ma arriviamo agli esseri umani. I biologi asseriscono che la nostra specie è monogama (ma non esistono garanzie a tal proposito).
Paragonare le infedeltà degli animali a quelle degli esseri umani è quasi impossibile. Si parla di libero arbitrio, di coscienza, di imprevedibilità e ci sono i più “ipocriti” che sostengono che l’eventuale tendenza all’infedeltà dell’uomo ( o della donna) è a scopo evolutivo…
I bambini richiedono lunghe cure, cosa che, probabilmente, all’inizio della nostra evoluzione indusse gli umani ad unirsi in coppie. Ma anche un uomo felicemente accoppiato poteva essere spinto a cercare altre compagne con l’impulso di gettare un po’ del suo DNA nel vasto mondo. Da parte sua la donna poteva essere portata a cambiare partner se ne incontrava uno che a istinto le suggeriva di avere dei geni più forti del compagno attuale.
Sono molti i biologi dello sviluppo che sostengono che la monogamia ha favorito la nascita della gelosia, specialmente quella maschile, con le conseguenti disdicevoli manifestazioni “culturali” quali la deturpazione dei genitali femminili (infibulazione) o la fasciatura dei piedi in Cina o altri meccanismi studiati per tenere sottomesse le femmine della specie umana.
bambina cisese con piedini fasciati
Ma le donne non sono completamente inermi. Per esempio hanno ricevuto il dono dell’ovulazione “enigmatica” (non si sa esattamente quando c’è e dura ben poco). Ad esempio il sedere di una donna non diventa color rosso vivo come alla femmina di scimmia della razza Reso (chiaro segnale della sua disponibilità e fecondità in quel momento).
babuino Reso A differenza della falena che lancia nuvole di messaggi feromonici nell’etere per segnalare la sua fecondità, questo non avviene alla femmina d’uomo, né tanto meno si mette alla finestra lanciando miagolii assordanti per richiamare maschi vogliosi.
E così l’uomo non sa esattamente quando è il momento giusto per l’accoppiamento.
falena

Un altro fattore che distrae l’uomo e che spiegherebbe la sua forte attrazione per il seno femminile è che nei primati il seno si fa notare solo durante l’allattamento (momento poco opportuno per l’accoppiamento) mentre nella donna piccolo o opulento che sia è sempre ben visibile.


postato da: Bessola alle ore 13:24 | link | commenti (5)
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