Siamo di passaggio...

E' vero, siamo di passaggio, ma non varrebbe la< pena ogni tanto fermarsi un po'?

CHI SONO

Utente: Bessola
Nome: Bess
Solo un'ospite di me stessa

Categorie

Links

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
sabato, 27 giugno 2009

Gli animali nel nostro immaginario

Physiologus Rochester BestiaryIl rapporto uomo-animale ha da sempre connotazioni svariate, l'animale serve all'uomo per nutrirsi come fonte diretta di cibo, per aiutarlo a procurarsi il cibo (nella caccia), può essere una fonte di pericolo, quindi un essere che si teme, da cui difendersi, o al contrario una fonte di compagnia, di affetto, di aiuto (cani da salvataggio, per i ciechi, anti-droga, ecc.) o un essere da sacrificare agli dei (nel passato), o da sacrificare per la scienza, nel presente. Physiologus di Berna Pantera

Proprio per le numerose sfaccettature che questo rapporto può assumere gli animali sono entrati a far parte dell'immaginario delle persone, diventando spesso dei simboli: del bene, del male, di qualità diverse, di mondi fantastici.

Questo immaginario emerge negli ambiti più svariati e in diverse forme di espressione umana. Così ritroviamo gli animali nel mondo religioso, nella letteratura, nella musica, nel cinema, nell'arte in genere, nella tradizione popolare, nei sogni dell'uomo.

 La divinità egizia Anubi ha la testa di cane; Gesù Cristo, nella simbologia cristiana, si identifica con l'immagine dell'agnello. Lo Spirito Santo con una colomba. Il cavallo Bucefalo è entrato nella storia per aver accompagnato Alessandro Magno nelle sue più grandi imprese e Argo è una delle più antiche testimonianze letterarie del legame di fedeltà che può esistere tra un cane e il suo padrone. Physiologus di Berna Pantera
 
Da dove proviene la speciale amicizia e il particolare legame tra l' uomo e certe specie animali? da dove la paura, la diffidenza e il ribrezzo che egli nutre nei confronti di altre (insetti, rettili)? Le varie leggende antiche medievali che hanno animali come protagonisti, sono soltanto esito di credenze "superstiziose" o "prescientifiche", oppure celano un diverso e più profondo messaggio?
 
In questa ricerca, in questa sorta di bestiario, ho incontrato vari animali tutti molto interessanti quali:
AQUILA, CHIMERA, OCA, DELFINO, CIVETTA, PANTERA, ARIETE, GIRAFFA, DRAGO, ASINO, CERVO, ORSO, UNICORNO, FENICE e molti altri animali più conosciuti quali il cane e il gatto, tutti interessanti perché poi divenuti simboli.
Phoenix_detail_from_Aberdeen_Bestiary aquila
Chi sono gli animali?  Ci vivono accanto, popolano il nostro immaginario, riflettono come uno specchio le contraddizioni più intime che albergano nei fondali dell'inconscio, ritornano nei sogni e ci spaventano o ci caricano di sensi di colpa, ma sanno anche traghettarci lontano dalla cappa noiosa e spietata del nostro essere uomini. Ci sono ancora degli animali in grado di insegnarci il volo, di dare forma al nostro bisogno di segni o di suggerire alla fantasia un mondo con altri orizzonti, altri colori, altre percezioni?
Domande come queste possono sembrare inutili, soprattutto nella nostra cultura imprecisa e superficiale, pronta a scambiare una riproduzione virtuale per la realtà, troppo attenta al miraggio ottico e alla confezione per fermarsi a riflettere sul contenuto del dono.
E' allora lecito chiedersi: perché, sotto forma di peluche e pupazzi li eleggiamo compagni dei nostri figli? perché abbiamo bisogno di questi feticci?

OrsoMarsicano
Per dare una risposta a questi interrogativi non basta conoscere il nostro profilo psicologico, la nostra storia di uomini, il catalogo delle pulsioni che ci animano, in altri termini apprestarsi ad un'indagine sulla specie Homo sapiens partendo da una concezione autarchica dell'umanità. Così facendo arriveremmo a conoscere solo in minima parte e in maniera approssimativa questo fenomeno, come parimenti accadrebbe se ritenessimo sufficiente la conoscenza dell'etologia animale per definire il tipo di rapporto che si viene a instaurare tra l'uomo e l'animale indagato.
Per capire fino in fondo questa relazione, il modo o i modi in cui si articola, le valenze, i rischi e le opportunità, per dare una spiegazione a questo bisogno profondo che l'uomo ha di interagire con le altre specie, è necessaria un'analisi ad hoc. Non si tratta infatti di eleggere l'animale a oggetto di studio, ma di soffermarsi sul rapporto, cioè sui numerosi piani di interfaccia del partner umano e animale, partendo proprio dai livelli di reciprocità, dall'adeguatezza, cioè dalla competenza a soddisfare particolari bisogni, dall'autenticità di queste pulsioni. Molti ritengono che il riferirsi all'alterità animale sia sempre e comunque un atto di sostituzione. Senza negare l'eventualità di una tale situazione, il bisogno della referenza animale è autentico, fa parte integrante della nostra cultura .

 

L'animale talvolta sostituisce un altro referente (affettivo, educativo, etc.) ma il più delle volte viene sostituito. L'animale sta infatti scomparendo, un dato di partenza preoccupante se riteniamo la referenza animale indispensabile per potenziare i contenuti della nostra umanità; irrilevante se consideriamo l'alterità animale insignificante per la nostra storia di uomini.
Considerare il ruolo centrale della relazione con l'animale nel potenziare, o nel rendere possibili i contenuti umani più peculiari, non significa valutare l'animale in modo strumentale. Al contrario, vuole dire rendere comprensibile l'importanza della partnership con il mondo non umano nella storia e nel presente. E cioè la connessione di potenzialità percettive, interpretative e operative, che ha dato luogo a quell'insieme di prestazioni che arbitrariamente (e arrogantemente) ascriviamo alla nostra specie, come se essa si muovesse in completa autonomia e solitudine sul pianeta.
Oggi l'uomo tende ad attribuirsi il merito di ogni conquista tecnologica e culturale dimenticando il suo debito verso l' animale, dimenticando cioè che all'inizio di ogni grande innovazione vi è stata un'alleanza ‘zooantropologica’. Diversi peraltro sono stati i ‘contratti’ che l'uomo ha stretto con le diverse specie animali. E se Darwin con tocco rivoluzionario ha saputo dare la spallata finale all'edificio platonico delle essenze e della purezza, oggi, a centocinquant'anni (1859) di distanza dalla pubblicazione di L'Origine delle specie, scopriamo come la contaminazione con la realtà animale, la chimera umano/non umano sia sempre stata l'inizio di ogni rivoluzione tecnologica dell'uomo. Questa presenza ibrida, che ci richiama l'hybris del mondo classico, scacciata, rinnegata, aborrita, ritorna per far capire quanto sia indispensabile per l'uomo varcare la soglia della solitudine di specie per aumentare il livello delle sue prestazioni o addirittura accedere a nuove performances, negate dai geni ma presenti nel mondo animale.
pellicano
Accontentarsi dei nostri sogni sull'animale; significa impoverire il proprio immaginario.
Mai come oggi l'uomo si sta accorgendo della solitudine, oltre che individuale, morale e sociale. E' una solitudine nuova, latente e strisciante, a tratti evocata da un gesto inconsulto e irrazionale: perché un gatto ci muove tanto interesse? perché siamo disposti a tollerare le incombenze relative all’avere in casa un animale? Non è per caso che di colpo, senza quasi rendercene pienamente conto, ci siamo sentiti soli, spogliati di una presenza connaturata, di un rapporto iscritto tra i diversi bisogni della nostra specie?
A dispetto dell'esplosione della pet-mania nei paesi occidentali, la Terra si sta velocemente desertificando della presenza animale e il nostro quotidiano stesso si sta spogliando dei variopinti colori, dell'immenso repertorio comportamentale dell'universo animale.
Sempre più presente nell'immaginario quanto più assente nella consuetudine, l'animale è scomparso da quella frequentazione concreta che era possibile nelle campagne non più tardi di trenta-quarant'anni fa e che oggi è impensabile (e da molti desiderabile). Nell'immaginario, l'animale si è trasformato, un po' come nei bestiari medievali. Molto più comodo ricalcare le orme della produzione disneyana facendo tesoro, tra l'altro, di tutti i retaggi culturali e in particolar modo dei pregiudizi, i più facili da consegnare a una tradizione. Il risultato è un indescrivibile pasticcio che potrebbe essere utilizzato, con il metro di Hillman, per misurare i nostri desideri reconditi e le nostre paure.

Il rapporto con l'animale è sicuramente una delle esperienze più autentiche e confortanti che la vita ci riserva. Tutti sanno che per migliorare il proprio legame con il cane o il gatto è necessario prima di tutto conoscere la loro etologia, ma pochi sono a conoscenza del fatto che per valorizzare la presenza dell'animale, in casa o più in generale nei diversi contesti della vita, è altrettanto importante capire le caratteristiche di questo rapporto. Quali intimi bisogni trovano soddisfazione nella relazione con l'animale? Per quale motivo l'uomo ha sentito la necessità di addomesticare alcune specie? Perché l'animale continua a influenzare così profondamente i sogni, l'immaginario, il catalogo simbolico, le figure metaforiche, insomma il nostro modo di rappresentare il mondo?
La nostra vocazione a osservare gli animali, a imparare dagli animali, ad immedesimarci negli animali, anche in senso simbolico-figurativo, ad addomesticarne alcune specie, può costituire un vantaggio in termini evolutivi.

Physiologus Aberdeen Bestiary

 


postato da: Bessola alle ore 06:13 | link | commenti (5)
categorie:
martedì, 16 giugno 2009

Un breve commento del film “Io non ho paura”.

I due fratellini

Il libro da cui è stato tratto il film è di Niccolò Ammaniti, un astro nascente della letteratura non solo italiana credo, figlio dello psicoanalista Massimo Ammaniti, col quale ha scritto Nel nome del figlio. L'adolescenza raccontata da un padre e da un figlio. Per ristabilire un patto, per recuperare la speranza.
 
Regia: Gabriele Salvatores
Con: Aitana Sanchez-Gijon, Dino Abbrescia, Giorgio Careccia, Antonella Stefanucci, Riccardo Zinna, Michele Vasca, Giuseppe Cristiano, Mattia Di Pierro, Diego Abatantuono, Stefano Biase.
 
La vicenda umana che vi si narra, tende a far risaltare le analogie in termini di processo con quanto avviene al nostro interno quando ci imbattiamo improvvisamente in un dato esperienziale estremo, che ci apre violentemente gli occhi su un aspetto della realtà che non conoscevamo, e con quanto avviene nel sociale, in cui l’individuale è trama e tramato, poiché non si può capire l’uno se non attraverso l’altro, e soprattutto perché è proprio attraverso l’uno che si vuole parlare dell’altro e del “possibile oltre”: il sottosuolo melmoso del "troppo umano".
Non è un film realistico o sociologico, quanto invece simbolico e universale, affinché possa meglio parlare nel profondo dell’attuale condizione di umano degrado e al fine di rendere praticabile la via d’uscita indicata dal fanciullo verso una nuova antropologia.
Sull orlo della buca

L’occhio e la buca. Cercando gli occhiali della sorellina di sei anni, caduti nei pressi di un sito diroccato e distante dalle abitazioni, dove i bambini, contravvenendo al divieto dei genitori, si recavano ogni tanto per giocare, Michele, 10 anni, scopre una buca nel terreno (sul cui coperchio stavano gli occhiali della bambina) dove viene tenuto segregato un bambino.
bambino nella buca L’evento è sconvolgente. E lo diventerà maggiormente man mano che scopre il coinvolgimento dei genitori nel sequestro. Sul bordo di quella buca, simbolo di nascita e morte, fonte di attrazione e di terrore a un tempo un mondo intero rischia di precipitare e disintegrarsi, e un mondo intero finisce veramente: quello dell’infanzia.

Diversi e identici. Filippo, il bambino sequestrato, pensa di essere morto e che anche i suoi genitori siano morti, altrimenti non potrebbero lasciarlo lì, e concepisce l’apparizione di Michele come quella di un angelo. Per contro, anche Michele stenta a considerare pienamente umano il “bambino nascosto”. La scoperta dell’uno è scoperta dell’altro.

Nasce così nei due bambini la fantasia archetipica del gemello divino, il syzygos, presente in numerose mitologie: l’uno supero e l’altro infero, o più semplicemente l’uno mortale e l’altro immortale, come Castore e Polluce, indissolubilmente legati tra loro. Questa è l’iniziale elaborazione del dramma da parte di Michele, orientato alla salvezza strenua e disperata dell’altro, pena la perdita di sé e della vita.io-non-ho-paura

Letto in chiave di vicenda interiore, Michele, superata la paura di guardarsi dentro, scopre un Sé nascosto, gemellare, forse il suo stesso progetto nel mondo che potrebbe richiedergli un doloroso allontanamento dalla famiglia d’origine e il taglio delle radici contadine. Alla fantasia di Michele fa eco la fantasia di Filippo degli "orsetti lavatori" che, pur collocandosi su un altro registro simbolico, conduce sempre all'archetipo dei Gemelli. L'orsetto lavatore è infatti il Procione che, a livello astrale, è la stella più luminosa (di una coppia di stelle) della costellazione del Cane Minore, che si trova tra la costellazione dei Gemelli e quella del Cancro che, secondo il simbolismo astrologico, presiede alla nascita.
 

Due padri e una madre. La scoperta del Sé nascosto è legata a un’altra dolorosa scoperta, quella del lato oscuro del padre, coincidente con il lato oscuro dell’attuale società del benessere materiale, rappresentato da Sergio Materia: il capo milanese della combriccola, con cui il ragazzo dovrà fare i conti. Mentre la madre, subalterna e sottomessa, appare sicuramente più unitaria, pur nella sua ambivalenza tra complicità col marito e complicità col figlio, ma è lei la vera mandante della possibile eliminazione fisica di quel “nato diverso” nella fantasia gemellare del figlio. Interessante la variante edipica che viene proposta.

Le crisi non elaborate. A poco a poco affiorano anche i drammi esistenziali dei singoli componenti lo sparuto gruppuscolo di varia umanità di questa improvvisata “anonima sequestri”, impossibilitati a elaborarli se non nel sintomo o nella fuga verso illusorie prospettive di benessere: il Brasile del capobanda Sergio Materia, o più modestamente quella del ristorante dove si possono mangiare gli spaghetti con le cozze, della madre del ragazzo.

La seconda vista del femminile. Interviene a questo punto un fatto curioso, che non può essere minimamente compreso se non all’interno di questa mirabile architettura simbolica dove tutto appare come sincronizzato: la sorellina di Michele, tenuta all’oscuro anche dal fratello nonostante le sue richieste di chiarimento su quello che stava succedendo, dice di vedere un cane correre nel campo, che però il fratello non vede. “Allora lo posso vedere solo io”, gli risponde. Cosa significa? E cosa c’entra nel contesto? Attingendo a livello inconscio a un simbolismo antico la piccola sta scoprendo con i suoi strumenti il terribile segreto che circonda il dramma che si sta consumando in quello spazio-tempo e che rischia di travolgere tutti, contribuendo a tessere la tela di una possibile risoluzione creativa. Il cane è lo ‘psicopompo’ che si è attivato per condurre l’anima da un aldiquà a un aldilà.

Sarà forse la sorellina di Michele la nuova anima del mondo, depositaria della visione dei processi di trasformazione della psiche e di modifica dei valori.

La sorellina


postato da: Bessola alle ore 16:23 | link | commenti (3)
categorie:
martedì, 26 maggio 2009

Sesto senso

giallo_napoli S.E.

Questa ricerca- piuttosto affascinante- mi ha impegnato molto. Ho cercato di renderla ‘concentrata’ ma è comunque risultata lunga.
Le illustrazioni con cui l’ho corredata sono di un pittore salernitano: Sergio Etere (sergioetere.blogspot.com), a mio giudizio molto bravo e le sue tele astratte mi sono parse particolarmente adatte a rappresentare questo argomento che segue e che per taluni –io sono una dei “taluni”- è estremamente interessante.
 
 
“Sesto senso”, “seconda vista”, “terzo occhio”, sono tutti termini riconducibili all’ESP, sigla entrata nell’uso comune a partire dal 1930 e ormai universalmente accettata che sta per “Percezione Extra Sensoriale” (dall’inglese Extra Sensory Perception, definizione proposta da Joseph Banks Rhine –1895-1980-). Con essa si indicano alcune possibilità inconsuete di interazione tra l’uomo e l’ambiente esterno e quindi la possibilità di acquisire informazioni e conoscenze al di là delle usuali vie sensoriali umane: vista, udito, tatto, gusto e olfatto.
Nella letteratura specializzata i Fenomeni ESP sono ulteriormente e spesso indicati anche come:
  • Paranormali, poiché non obbediscono alla “norma”, cioè alle leggi dello spazio, tempo e casualità.
  • Fenomeni psi-cognitivi o Fenomeni Psi.
Questa terminologia è più accettata rispetto ad altre perché termini equivalenti come “parapsicologico”, “metapsichico”, “paranormale” sono costituiti da prefissi che richiamano quasi sempre associazioni con discipline più “evocative” quali la metafisica, la religione, il soprannaturale, il magico.
I fenomeni di percezione extrasensoriale (ESP) si distinguono in: Telepatia, Chiaroveggenza e Precognizione. percezione Sergio Etere

La telepatia è definita come quel fenomeno psi-cognitivo per cui si ipotizza che un uomo acquisisca una conoscenza interagendo con la mente di un altro uomo per vie che non sono quelle mediate dai sensi conosciuti. In particolare, in base all’etimologia greca, la telepatia (da téle- lontano e pathos- sofferenza, sentimento) indica ciò che si prova, che si sperimenta, che si sente da lontano, quindi anche un’impressione, un sentimento, un turbamento a distanza.

La Chiaroveggenza è intesa come la percezione di stati di fatto non mentali. E’ la capacità di vedere con l’intelletto oggetti ed eventi che l’occhio non percepisce.
La Precognizione è, forse, il fenomeno più conturbante e allo stesso tempo affascinante fra tutti quelli studiati in parapsicologia. Si può definire come quel fenomeno psi-cognitivo per cui un individuo acquisisce una conoscenza di un avvenimento prima che questo si verifichi e che è logicamente e statisticamente imprevedibile.

Si parla inoltre di "Psicometria” (detta anche Psico-scopia). Il fenomeno consiste nel fatto che il soggetto detto comunemente “sensitivo”, viene messo a contatto con un oggetto, di cui racconta la “storia”. Secondo alcuni studiosi, dato che è difficile incontrare un fenomeno ‘puro’, per esempio, di sola telepatia o chiaroveggenza, è probabile che questi fenomeni costituiscano un’unica facoltà che si esplica in modo diverso.

I fenomeni di percezione extrasensoriale si suddividono in spontanei (o accidentali) e sperimentali. I primi sono oggetto dell’esperienza diretta di un individuo e possono verificarsi in qualsiasi momento, senza l’intervento volontario del soggetto. I secondi, invece, sono quelli che si cerca di replicare in laboratorio e quindi in condizioni ben controllate dallo sperimentatore. Per esempio molto utilizzate a questo scopo, fin dagli anni trenta, le celebri “carte Zener” o carte ESP costituite da cinque specifici simboli.
forza_interiore
A questi semplici simboli delle carte ESP spesso sono stati alternati svariati simboli maggiormente ricchi di contenuto “emotivo”, nell’ipotesi che ciò potesse facilitare l’estrinsecazione in ambito sperimentale dei fenomeni PSI.
I fenomeni ESP sono studiati da una specifica disciplina, la “Parapsicologia” detta anche “Psychical Research ( Ricerca Psichica) nei Paesi di lingua inglese e “Metapsichica” nei Paesi di lingua latina. In realtà, dopo il congresso di Ultrech (1953) il termine Parapsicologia ha praticamente sostituito quello di Metapsichica.

Originariamente si utilizzavano mazzi di carte numerate o siglate con le lettere dell’alfabeto. Successivamente venne creata una nuova serie di carte che potevano essere facilmente distinguibili e memorizzabili. La soluzione fu il mazzo di carte ESP costituito da cinque simboli (cerchio, stella, quadrato, onde, croce) che nelle intenzioni dell’ideatore dovevano essere anonimi e suscitare reazioni emotive nei soggetti sperimentali.
Le ricerche, originariamente partite dalla telepatia, si estesero presto alla chiaroveggenza e anche alla precognizione. La vera originalità di questi esperimenti basati sull’uso delle carte e sulla valutazione statistica dei risultati è consistita nel fatto che non si cercava di dimostrare la realtà delle manifestazioni paranormali, quanto piuttosto di escogitare metodologie di studio con le quali tali fenomeni potessero essere ripetuti da chiunque in qualsiasi laboratorio.

La Società Italiana di Metapsichica fu la prima organizzazione italiana, riconosciuta ufficialmente dallo Stato, sorta col precipuo scopo di studiare scientificamente e sistematicamente i cosiddetti fenomeni paranormali nel settore della parapsicologia.
 
Tra i lavori portati avanti dalla S.I.M. è noto quello dello psicoanalista Emilio Servadio, che dal 1935 ha pubblicato una serie di articoli che fanno luce sulla psicodinamica delle manifestazioni psicognitive. I risultati principali cui Servadio è pervenuto possono essere sintetizzati nei seguenti punti:
  • il substrato dell’ESP è rappresentato da relazioni interpersonali emotivamente significative;
  • questi rapporti si possono far risalire all’infanzia, il che spiega il maggior manifestarsi dell’ESP fra consanguinei (in particolare madre-figlio);
  • l’ESP costituirebbe una sorta di comunicazione arcaica e primitiva;
  • il movente inconscio dell’ESP è spesso l’angoscia di separazione, vissuta come perdita dell’oggetto;
  • il fenomeno telepatico è strutturalmente inconscio.
  • foschia
Un altro italiano che si è occupato della percezione extrasensoriale, in un ambito nettamente diverso, quello etnologico, è Ernesto De Martino: uno storico delle religioni, che studiò la percezione extrasensoriale per verificare l’effettiva presenza e la funzione delle capacità paranormali in ambito etnologico. Nel saggio “Percezione extrasensoriale e magismo etnologico” del 1942, l’autore conduce una ricerca in tal senso.

Egli riporta “un certo numero di documenti etnologici sufficiente per generare la convinzione che, presso popoli primitivi la credenza nei poteri metagnomici accompagna un reale esercizio di questi poteri”. Qui di seguito, due dei numerosi esempi riportati dall’autore:

(Documento 1): -“V.V.K.Arseniev mi riferì un caso da lui personalmente osservato: uno sciamano invitò due altri sciamani da luoghi lontani in una particolare circostanza (malattia improvvisa di un giovane), ed essi arrivarono entro un lasso di tempo tale da escludere materialmente la possibilità che fossero stati avvertiti da un messaggero”.

Un altro lavoro che fornisce interessanti documenti di percezione extrasensoriale fra i popoli di “natura” è quello del Trilles sui Pigmei dell'Africa Equatoriale:

(Documento 6): “- Conversavo un giorno con uno stregone ‘negrillo’. I miei uomini con le piroghe dovevano raggiungermi e portarmi le provviste. Incidentalmente ne parlo al mio uomo domandandomi: “Saranno ancora molto lontani, mi porteranno ciò che ho chiesto loro?”. “Ma dirtelo è cosa facilissima”. Prende il suo specchio magico, si concentra, pronunzia qualche incantesimo. Poi: "In questo momento gli uomini stanno doppiando il punto tale del fiume (era lontano più di un giorno di piroga), il più grande sta per tirare un colpo di fucile su un grosso uccello, lo ha abbattuto, gli uomini remano energicamente per raggiungerlo, esso è caduto nell’acqua. Lo hanno preso. Essi ti portano ciò che hai chiesto". Infatti tutto era vero, provviste, colpo di fucile, uccello abbattuto: ed era, lo ripetiamo, a un giorno di distanza dal luogo.” 
carminio S.E.

 
 Secondo De Martino, come condizione fondamentale per la manifestazione delle attitudini “metagnomiche” la coscienza onirica è particolarmente propizia a suscitare fenomeni del genere .

Proprio negli anni successivi, intorno agli anni cinquanta e sessanta, nasce un’originale filone di ricerca, quello relativo all’indagine parapsicologica sui sogni. Viene affermata l’esistenza di un particolarissimo tipo di esperienze psicologiche che si verificano durante lo stato di sonno che implicano una conoscenza per via extrasensoriale di pensieri o avvenimenti esterni al sognatore. La percezione extrasensoriale, come il sogno, è un processo intrinseco alla natura umana: rivela la conoscenza inconscia che l'uomo ha di sé stesso e del suo rapporto col mondo.
Sono moltissimi i resoconti di fenomeni onirici raccolti negli archivi degli istituti di parapsicologia e psicologia di tutto il mondo. Si tratta di esperienze che dimostrerebbero la possibilità che i sogni rivelino eventi che si svolgono a distanza e che non si sarebbero potuti immaginare basandosi sulla logica o sul buon senso. Si distinguono tre tipi di sogni paranormali, ognuno di essi legato a ciascuna modalità di percezione extrasensoriale: telepatia, chiaroveggenza e precognizione.

Nei sogni telepatici il sognatore percepisce per via extrasensoriale idee che in quel momento sono pensate da un'altra persona. Nei sogni chiaroveggenti succede d'assistere a scene che stanno avvenendo in luoghi lontani. I sogni precognitivi, o premonitori, annunciano eventi che devono ancora accadere. Da un punto di vista generale le caratteristiche formali e psicologiche dei sogni paranormali sono:
astratto
  • le persone riconoscono questi sogni differenti da quelli ordinari in ragione di una loro particolare vividezza, impressione ed intensità;
  • il sognatore sente che essi hanno un significato importante e si sente spinto a raccontarlo;
  • sono vissuti onirici che vengono facilmente rievocati al risveglio;
  • frequentemente segnalano episodi inattesi o tragici;
  • non presentano quella bizzarria e quella dinamicità da una scena all'altra tipica dei sogni comuni.
 
Anche molti Nobel lo ammettono: molte scoperte nascono da intuizioni giunte nel sonno, nel dormiveglia, o sovrapensiero, mentre si compiono azioni ripetitive. Su 83 premi Nobel della scienza e della medicina, 72 citano l'intuizione fra i fattori determinanti del loro successo. E a essi si accodano fisici e astronomi. Intuire significa rinunciare al controllo della mente razionale e fidarsi delle visioni dell'inconscio, che non possono essere quantificate o giustificate razionalmente, poiché si fondano sull'abilità di organizzare l'informazione in idee nuove e imprevedibili.

“Con la logica dimostriamo ciò che con l'intuizione abbiamo scoperto" così disse il grande matematico francese Jules Henri Poincaré, vissuto fra l'800 e il '900. Poincaré parla infatti di una fase di "incubazione", in cui il ricercatore "dimentica" i dati del problema, mentre il suo cervello continua a rimuginarli, formando miriadi di combinazioni. Poi, quando meno la si aspetta, dall'inconscio arriva l'illuminazione".

metamorfosi
 
Già Ippocrate, Aristotele e Galeno credevano a questi sogni prodromici e li spiegavano dicendo che il sogno è come se amplificasse le sensazioni.

Se pensiamo agli studi sul sonno che ci derivano dalla medicina taoista, o da quella ayurveda, scopriamo che il loro grande segreto era come far parlare coscientemente l'organo. Molto spesso si scopre con stupore una netta corrispondenza tra il vissuto del corpo e l'analogo psichico, nel sogno. Come è noto fu S.Freud il primo studioso a strutturare un approccio scientifico del sogno; egli si era occupato anche di quelli che sono stati definiti “sogni insoliti” o “sogni paranormali”. Nonostante la sua ferrea impostazione positivistica, Freud aveva affermato che: “….è un fatto incontestabile che il sonno crei condizioni favorevoli alla telepatia” (1953). paesaggio_grigio sergio etere

 E infine:“ ...il sogno porta in primo piano contenuti che non possono derivare né dalla vita matura né dall’infanzia dimenticata di colui che sogna. Siamo costretti a considerarli come una parte dell’eredità arcaica che il bambino, influenzato dall’esperienza degli avi, porta con sé al mondo prima di ogni esperienza”.

Come si vede c’è un’apertura sconfinata alle potenzialità del sogno che richiama le note di Pierre Codoni (“Psicofisiologia del sogno” medico psicanalista franco-svizzero): “...lo studio del sogno ci collega direttamente con l’infinito dell’inconscio e l’infinito del vuoto. Ci fa cogliere il processo primario, l’energia libera che si sposta e si condensa senza limiti, l’assenza di spazio, di tempo e di logica, la coesistenza dei contrari, la complessità dell'istantaneità. Ciò significa, dunque che il sogno stesso è infinito, che il suo studio è infinito, come quello dell’inconscio, come quello dell’universo”.

donna_00

Nonostante le numerose critiche, gli studi sulla percezione extrasensoriale continuarono. Verso gli anni settanta, soprattutto negli Stati Uniti, questo campo di ricerca diventò di notevole interesse tanto che, durante la guerra fredda, “sensitivi diplomati” venivano ingaggiati dai servizi segreti per scopi militari. In questo periodo ci fu una vera e propria ricerca a lungo termine sulla percezione extrasensoriale denominata “Star Gate”, un programma conosciuto nella storia della parapsicologia anche con il nome di “Fame”, “Sun Treak” o “Scanate”. Questa ricerca fu finalizzata dal governo americano in collaborazione con NASA, CIA e varie organizzazioni collegate con i servizi segreti.

All’apice della guerra fredda (1970), sotto la crescente minaccia della dominazione sovietica, ad attirare l’attenzione dell’intelligence americana su questo argomento fu il libro “Psichic Discoveries Behind The Iron Curtain” scritto da Sheila Ostrander e Lynn Schroeder. Gli autori documentavano un budget di 60-300 milioni di rubli annui spesi dai sovietici per reclutare medium, scienziati, individui dotati di capacità telepatiche e psicocinetiche arruolandoli con mansioni di controspionaggio psichico e di ricerca sulle applicazioni nella sicurezza nazionale.

paesaggio_grigio sergio etere

Questo libro innescò la preoccupazione dei vertici militari americani tanto che nel 1972 la D.I.A. (Defense Intelligence Agency) creò un documento chiamato “Controlled Offensive Behavior- U.S.R.R.”( Comportamento offensivo Controllato). La D.I.A. temeva che i sovietici potessero guadagnare una posizione di vantaggio nello spionaggio internazionale usando personale “atipico” come le spie psichiche che avrebbero potuto individuare a distanza le intenzioni politiche dei leader americani o dei documenti top secret sulla locazione strategica di truppe e armamenti U.S.A., oppure inabilitare veicoli spaziali e satelliti.

A questo scopo nacque il programma “Star Gate” che fu affidato a due scienziati: Russel Targ, un fisico noto come studioso nel campo della parapsicologia e Harold Puthoff, ingegnere e specialista di fisica dei Laser. In venti anni di ricerca sono state prodotte prove che dimostrano l’uso della “telestesia” ( Visione a distanza o “remota”: facoltà paranormale che permette di percepire e descrivere eventi e/o soggetti lontani, preclusi alla percezione normale) per raggiungere obiettivi strategici militari. I Test venivano effettuati in laboratorio.

 Per esempio nel 1974 la C.I.A. rimase stupita da Pat Price, un “sensitivo” che, avendo ricevuto solo le coordinate geografiche di un sito lontano descrisse in modo corretto una pista di atterraggio rappresentando l’area di collaudo nucleare sovietica, ultra segreta di Semiplotinsk nel Kazakhistan. Questa notizia fu anche confermata dalla rivista Aviation Week, tre anni dopo l’accaduto.

Ancora oggi test simili vengono effettuati.
metempsicosi

Attualmente, molti studiosi della percezione extrasensoriale ritengono che essa possa essere fatta coincidere semplicemente con l’intuizione.

L’intuizione (dal latino intueri di cui in -dentro e tueri -osservare viene definita come l’attitudine a conoscere l’ultima essenza delle cose senza dover ricorrere al ragionamento. E’ quindi una particolare forma di conoscenza per cui l’oggetto risulta immediatamente presente alla coscienza in quanto non dipende da alcun processo logico e razionale. Per la scienza l’intuito è l’esperienza, unita a conoscenza che non sappiamo di avere. Esplorando la mente più in profondità psicologi e neuroscienziati stanno portando alla luce prove di percezione e capacità inconsce più complesse: il nostro cervello cioè incamera informazioni a nostra insaputa che al momento opportuno fa emergere in nostro aiuto. bolle S.E.
 

Pare che l’intuito abbia origine proprio grazie ad una buona trasmissione di dati e quindi ad un ottimo collegamento tra i due emisferi cerebrali. In altre parole, se la sede del linguaggio e del ragionamento in senso stretto è posto nell’emisfero sinistro e quello destro è il luogo della nascita delle emozioni, l’intuizione per attivarsi ha bisogno di un processo neurale che coinvolga entrambi gli emisferi e probabilmente anche alcune zone marginali del nostro cervello.

 Alain Branconnier, psichiatra francese, sostiene che le donne hanno una maggiore capacità di tener conto di ciò che può essere percepito. Questo “sesto senso” più sviluppato nelle donne si spiega, secondo David Myers, soprattutto con la capacità empatica delle donne che sono anche più abili degli uomini nel decodificare le proprie emozioni. Un esperimento di laboratorio condotto all’università di Parigi ha dimostrato che le donne provano un più ampio spettro di emozioni, le manifestano più facilmente e le percepiscono meglio degli altri; vantaggio però limitato all’intuizione sociale.

In conclusione, credo che questo ambito di ricerca, tanto affascinante sia arrivato ad un punto tale in cui non si può né relegarlo nel mondo delle credenze magiche né catalogarlo tra le branche scientifiche. Sono d’accordo con quanto affermato da un grande fisiologo A. Carrel: “tale tipo d'intuizione o sesto senso, è una certezza scientifica: essa si trova allo stato rudimentale in molte persone e si sviluppa in un piccolo numero d'individui, i quali “non guardano, non cercano ma sanno”. E’ l'intuizione “paranormale”, oggetto di contestazione “perché - dice Carrel - questi fenomeni sono fuggitivi, non si riproducono a volontà, sono immersi nell'immensa massa delle superstizioni, delle menzogne e delle illusioni dell'umanità”. E’ un dato di fatto che si verifichino eventi che non si possono spiegare con il comune raziocinio o con le attuali scoperte scientifiche riconosciute.

Uragano


postato da: Bessola alle ore 08:21 | link | commenti (10)
categorie:
martedì, 19 maggio 2009

La solitudine: le due facce della stessa medaglia

Fussli -solitudine all

L’essere umano è, per sua natura, un animale sociale. Necessita di confronto con gli altri, sente il bisogno di gratificazioni o, comunque, di riconoscimenti per quello che è o ciò che fa.
Anche per l’individuo più autosufficiente sussiste il bisogno psicologico di vivere con e attraverso gli altri.
La solitudine totale, semmai dovesse verificarsi, è intollerabile. Esistono forme di solitudine non appariscenti né conclamate, ma che costituiscono per l’individuo una sorta di condanna. Per esempio, una persona emarginata non lo è soltanto se viene allontanata come un pericolo, ma anche se la sua stessa natura la porta ad un’ insormontabile incapacità di comunicazione e quindi ad una condanna all’isolamento. La solitudine: quel muro costituito dalla mancanza di comunicazione, non sempre dovuto alla carenza di argomenti, è più spesso causato da un vero e proprio blocco psicologico che impedisce di esternare i propri pensieri in modo comprensibile agli altri.
Tali persone si scontrano non solo con la loro indole, ma anche con la “cattiveria” degli altri, pronti molto spesso a sbeffeggiare i timidi e gli introversi piuttosto che ad aiutarli ad uscire dalla loro “chiusura”.
hopper_nighthawks
Di solito, chi soffre di solitudine presenta anche un quadro in cui la mancanza di fiducia in sé stesso e negli altri la fa da padrone. Frequentemente accade che le persone si chiudano a seguito di delusioni e stentino ad uscirne fiduciosamente vincendo la diffidenza, la debolezza e la paura di dover affrontare nuove delusioni. Molti vedono l’interlocutore come un gelido muro contro cui sbattere non potendo oltrepassarlo e creare quindi un punto di incontro.
Non va dimenticato che, il più delle volte, siamo noi che ci auto-emarginiamo.
solitudine
Esiste, per fortuna, un aspetto positivo della solitudine che noi, autonomamente e in certi momenti, ricerchiamo: è la ricerca di un buon rapporto con noi stessi e che sta alla base di un buon rapporto con il mondo esterno. E’ importante recuperare da soli, senza influenze esterne, la necessaria fiducia nel nostro Io. Certo, chi è abituato da anni ad avere sempre accanto qualcuno, una volta che dovesse trovarsi solo non è detto che sia in grado di affrontare, da un momento all’altro, la solitudine senza un aiuto psicologico.
Il bisogno della solitudine, se non è avvertito, va comunque preso in considerazione –è importante avere propri spazi dove gli altri non possano entrare-. La necessità di confronto e approvazione degli altri va benissimo, ma solo per trovare eventuali conferme a decisioni già prese da noi in prima persona. Non c’è nulla di peggio del fingere con noi stessi e cercare negli altri alibi e di conseguenza farne dei capri espiatori per i nostri errori. Occorre onestà con sé stessi in primis ma anche con coloro a cui, eventualmente, si chiedono suggerimenti o consigli.
solitudine
La solitudine, a conclusione, oscilla fra due poli: né un bisogno assoluto, né un comportamento negativo -salvo che raggiunga la misantropia-. In teoria è possibile risolvere un problema di solitudine cercando di vincere quella di altri ma, un’eccessiva disponibilità, magari letta come un’intromissione, può nuocere anziché aiutare. Il giusto equilibrio, in questi casi, è particolarmente importante. Ecco perché se il problema si presentasse in forma grave, è meglio fare riferimento a uno psicologo professionista, ricordandosi che il chiedere aiuto a chi ha più esperienza non è una forma di debolezza.

postato da: Bessola alle ore 17:39 | link | commenti (4)
categorie:
giovedì, 14 maggio 2009

Monogamia e infedeltà

nido_rondini

Molti malintesi sulla monogamia e sull’infedeltà ebbero origine ai tempi di Darwin. Sia lui che altri naturalisti formularono, a proposito dell’accoppiamento, ipotesi più che ragionevoli basate su osservazioni dirette di animali.
Per esempio, quasi tutti gli uccelli formano delle coppie durante la stagione degli amori e i biologi ritenevano che tale legame fosse necessario per la sopravvivenza dei piccoli, alternandosi nella cova delle uova, dar loro nutrimento e protezione sino all’insegnamento al volo. Tale esigenza di stabilità faceva presupporre anche la monogamia. Ma con una maggiore attenzione e approfondimento, aiutati anche dalla mappatura del DNA per stabilire la paternità dei pulcini, si scoprì che una percentuale che variava dal 30 al 70% dei piccoli nel nido non era stata generata dal maschio che li accudiva con la compagna, evidentemente infedele!
Allo stesso modo, la rondine femmina è molto esigente e le sue “tresche adulterine” non si contano… Di solito tradisce con maschi che hanno la coda lunga e simmetrica, una peculiarità di grande interesse per la rondine femmina, perché denota un classico segno di resistenza ai parassiti e quindi la certezza –o la speranza- che questo tratto positivo passi anche alla prole.
ape regina e fuchi
Altro esempio: l’ape regina lascia l’alveare solo una volta all’anno, ma durante quella singola uscita si accoppia con un minimo di 25 fuchi che la seguono dappresso riuscendo ad accontentare la “dissolutezza” della regina che si ritrova circa quattro milioni di uova fecondate, al di là che i poveri fuchi cadono poi stecchiti per lo sforzo! Questa varietà di compagni è utilissima per assicurare la diversificazione genetica della specie.
Non che i maschi siano stinchi di santo. Ad esempio il balestruccio purpureo non più giovanissimo (la più grossa rondine esistente sul pianeta) costruisce il nido, corteggia una compagna, la feconda e poi se ne va in giro in cerca di altre avventure, tutte a scopo riproduttivo, ma del nido non se ne occuperà più, tanto che la sua prima compagna sarà costretta a cercarsi un altro partner più giovane e meno scaltro che però l’aiuterà ad accudire la nidiata.
Ma arriviamo agli esseri umani. I biologi asseriscono che la nostra specie è monogama (ma non esistono garanzie a tal proposito).
Paragonare le infedeltà degli animali a quelle degli esseri umani è quasi impossibile. Si parla di libero arbitrio, di coscienza, di imprevedibilità e ci sono i più “ipocriti” che sostengono che l’eventuale tendenza all’infedeltà dell’uomo ( o della donna) è a scopo evolutivo…
I bambini richiedono lunghe cure, cosa che, probabilmente, all’inizio della nostra evoluzione indusse gli umani ad unirsi in coppie. Ma anche un uomo felicemente accoppiato poteva essere spinto a cercare altre compagne con l’impulso di gettare un po’ del suo DNA nel vasto mondo. Da parte sua la donna poteva essere portata a cambiare partner se ne incontrava uno che a istinto le suggeriva di avere dei geni più forti del compagno attuale.
Sono molti i biologi dello sviluppo che sostengono che la monogamia ha favorito la nascita della gelosia, specialmente quella maschile, con le conseguenti disdicevoli manifestazioni “culturali” quali la deturpazione dei genitali femminili (infibulazione) o la fasciatura dei piedi in Cina o altri meccanismi studiati per tenere sottomesse le femmine della specie umana.
bambina cisese con piedini fasciati
Ma le donne non sono completamente inermi. Per esempio hanno ricevuto il dono dell’ovulazione “enigmatica” (non si sa esattamente quando c’è e dura ben poco). Ad esempio il sedere di una donna non diventa color rosso vivo come alla femmina di scimmia della razza Reso (chiaro segnale della sua disponibilità e fecondità in quel momento).
babuino Reso A differenza della falena che lancia nuvole di messaggi feromonici nell’etere per segnalare la sua fecondità, questo non avviene alla femmina d’uomo, né tanto meno si mette alla finestra lanciando miagolii assordanti per richiamare maschi vogliosi.
E così l’uomo non sa esattamente quando è il momento giusto per l’accoppiamento.
falena

Un altro fattore che distrae l’uomo e che spiegherebbe la sua forte attrazione per il seno femminile è che nei primati il seno si fa notare solo durante l’allattamento (momento poco opportuno per l’accoppiamento) mentre nella donna piccolo o opulento che sia è sempre ben visibile.


postato da: Bessola alle ore 13:24 | link | commenti (5)
categorie:
mercoledì, 22 aprile 2009

Il mestiere dello sguardo

Wanda  Wutz 1932 Io più Gattodaguerre-ruinedgothiccolonnade1200x770

Ripubblico un testo dell’ottobre 2007 a cui ebbi un unico commento. Ripubblico anche quello con copia-incolla. Penso che possa interessare anche altre persone che ancora non mi conoscevano a quell’epoca.
 
 
Nel 2039 saranno duecento anni che esiste la Fotografia. La sua nascita la si fa comunemente risalire al 1839 e al francese L.J.M. Daguerre (pittore, scenografo, sperimentatore degli effetti ottici ottenuti con la luce) con le sue prime baluginanti lastre del dagherrotipo.
Louis-Daguerre
La figura del fotografo venne considerata da Baudelaire quella di “un pittore mancato” ma non dimentichiamo invece che la fotografia influenzò moltissimo gli Impressionisti e il loro rivoluzionario modo di dipingere.
203390~Portrait-of-Charles-Baudelaire-1821
Il mezzo fotografico possiede e necessita sia di forza espressiva che di ricerca culturale –a prescindere ovviamente dalla conoscenza della tecnica specifica-.
Di certo, se si parla di buona fotografia, questo mezzo è in grado di estendere la nostra percezione, suscitare fascino ed interesse in chi la guarda.
E’ inoltre in grado di produrre stimoli di riflessione che nulla hanno da invidiare alla parola scritta, avendo la prerogativa di rendere, in vividi dettagli, il mondo visibile in tutte le sue molteplici forme.
daguerre_1837_stillife1
Lo sguardo indagatore e talvolta inquieto del fotografo ha il potere di suggerire altre realtà celate sotto la superficie del visibile. Ma occorre uno sguardo speciale capace di vedere e di far vedere, percepire differenze e trovare e creare un linguaggio in grado di descrivere contraddizioni e incertezze allo scopo di trovare una forma privilegiata che riesca a coniugare la necessità di guardare con la propria inquietudine suscitata dall’oggetto osservato.Wanda  Wutz 1932 Io più Gatto
Immagini, idee, sentimenti possono essere trasmessi dalla fotografia, intesa come arte visiva, in un inedito confronto con la realtà.
Tra sguardo umano e sguardo fotografico vi è una fessura destinata a dilatarsi sempre più, si tratta di una sorta di “estraneamento” dell’immagine fotografica rispetto alla realtà e ne può nascere quindi una “nuova realtà” più inquietante e pregnante, affascinante e anche seducente, proprio perché la realtà, di per sé, è solo apparente.
Una bella fotografia è in grado di alludere, con il suo strano potere, ad uno spazio magico: l’oggetto, il paesaggio o la figura umana si lasciano oltrepassare e dirigere verso una dimensione immaginaria, misteriosa: uno spazio in cui perdersi. Va oltre la superficie delle cose e ci mostra l’inaccessibile e il misterioso che sono nascosti nel nostro paesaggio quotidiano.
macchina fotografica

Nell'immagine, un dagherottipo. Più in alto, l'artista-inventore, vari lavori di Daguerre e un ritratto di Baudelaire. Apre il post una foto di Wanda Wutz (1932): "Io più gatto"
 
Il commento è di KLIMT (curiosidelmare.splinder) 
 
 
 
più che d'accordo...d'accordissimo

la fotografia è tante cose

ma è anche un attimo di magia
un attimo solo che però vale mille dipinti

è sufficiente che il click avvenga dentro la testa

perchè la fotografia davvero grande accade quando il click scatta dentro la testa del fotografo e
produce incanto e meraviglia

postato da: Bessola alle ore 10:13 | link | commenti (4)
categorie:
martedì, 14 aprile 2009

Quando la gestualità rassicura

calumet-indiens

I comportamenti dell’uomo possono essere inconsci ma mai casuali; sono sempre motivati dalle azioni che a volte si trova costretto ad affrontare e dalle condizioni in cui si trova, che gli piacciano o meno.
Le attività trasposte comprendono un’infinità di movimenti, atteggiamenti, gesti che compiamo il più delle volte per vincere imbarazzo, tensione, conflitto ed evitare il disagio che magari ci procura chi ci sta davanti.
mangiarsi le unghie
Dal tamburellare con le dita al mangiucchiare la matita o le unghie, dal tormentarsi una pellicina del pollice o un brufoletto, al sistemarsi o tirare una ciocca di capelli o toccarsi la bocca. Stropicciare l’indumento che si indossa. Il lavarsi coercitivamente le mani. Simili atteggiamenti, volti ad evitare ansia e preoccupazione, servono a creare una sorta di pausa e ci offrono anche la possibilità di dimostrare o meglio, fingere indifferenza, verso chi è causa del nostro imbarazzo ostentando un interesse disinvolto e noncurante verso quanto in realtà ci mette a disagio.
lavarsi manitoccarsi i capelli
miro_carnivalAnche le azioni pacificatorie durante alcune trattative sociali (vedi il fumare il calumet della pace fra due capi tribù al tempo dei pellerossa, servivano a creare una pausa per dirimere in modo incruento e pacifico, per esempio, i confini dei loro territori di caccia. Lo scopo era di creare così una situazione quasi familiare, allentare la tensione, prendere tempo per pensare e poter decidere con calma il da farsi; e il fumare assieme la pipa era l’ideale.
cani che discutono
Anche gli animali fanno largo uso di meccanismi volti a neutralizzare l’aggressività di un altro animale più forte di loro e principalmente ho osservato che questi modi sono tre: uno consiste nell’assumere da parte dell’animale più debole l’atteggiamento di richiamo sessuale femminile (anche se si tratta di un maschio), un altro nell’adottare quello infantile di richiesta di cibo o sdraiandosi sul dorso come un cucciolo con ventre e gola alla mercé dell’avversario e infine l’attività di pulizia (quest’ultimo lo si nota in modo particolare nei felini)
gatti&coche viene praticata in senso sociale a conferma della reciproca amicizia di un membro del gruppo verso l‘altro.
orsi che discutono
Altro aspetto a mio giudizio interessante, delle attività di spostamento, è tipico di quando per esempio si batte un pugno sul tavolo o nel muro per scaricare la propria aggressività su di un oggetto anziché verso un interlocutore ben definito. In questo caso, appunto, si evita di attuare un gesto violento contro una persona che magari ci è cara in circostanze normali e si preferisce sfogarsi su qualcosa di neutro magari facendoci anche leggermente male.
L’istinto che ci fa deviare da simili azioni è determinato da un meccanismo inibitorio, una sorta di valvola di sicurezza che permette all’individuo un controllo su sé stesso.
Le mie sono semplici osservazioni, spesso legate solo al buon senso, ma che mi danno ultimamente la sensazione che il mondo stia davvero impazzendo e che questo meccanismo inibitorio di cui siamo stati dotati geneticamente vada sempre più scomparendo fra gli umani. Per fortuna, mi pare permanga ancora fra gli animali.
Ma quando l’uomo si fa “bestia”, eh, allora è tutta un’altra storia…
leone zampa occhi

postato da: Bessola alle ore 16:19 | link | commenti (4)
categorie:
venerdì, 10 aprile 2009

Attendendo la Pasqua

DONNA DI PIETRA

Io l'aspetto così, nella Natura e nel verde.

AUGURI a chi passerà a trovarmi.

Bessola Gianluisa


postato da: Bessola alle ore 06:40 | link | commenti (3)
categorie:
lunedì, 06 aprile 2009

Guerre e pacifismo

premonizione_guerra_civile Salvador Dalì

Molte e differenti sono le teorie avanzate circa l'origine della ‘guerra’. Ciascuna rappresenta una porzione di verità e può servire a spiegare qualche guerra, altre possono servire quali indicazioni per qualunque guerra. In quella malattia sociale che è la guerra, molti possono essere i fattori precipitanti: ad esempio, gli assassini politici o il fatto di avere un esercito così grande da disturbare i propri vicini o così piccolo da essere tentati di ignorarlo. Questo può essere paragonato all'andare fuori quando piove e dimenticarsi l’ombrello. Rimane tuttavia la predisposizione costituzionale. Coloro che non amano il pacifismo spesso dicono che il combattere è proprio della natura umana e che la natura umana non si può cambiare.

Sarà vero?
la_guerra di Chagalle

Che l'uomo, allo stato naturale, sia un animale aggressivo è sempre stato abbastanza ovvio. Era anche chiaro che l'uomo civilizzato potesse ridiventare selvaggio fin troppo facilmente per salvaguardare la sicurezza sua o di altri. Ma quello che non si sapeva era che gli impulsi distruttivi, che esplodono in guerra, sono sempre presenti nella nostra mente a livello inconscio, sussistono in una sorta di archivio e sono pronti a erompere.
Difficile capire le ragioni per cui le guerre avvengono così frequentemente anche quando tutti sembrano cercare di prevenirle. Sublimare gli impulsi distruttivi nel lavoro e nello sport sembrerebbe essere una soluzione ma questi impulsi negativi e violenti possono sempre manifestarsi in qualche modo, o trasformati in istanze autodistruttive (ci sentiamo irritati e depressi – pare sia questa l'origine della depressione), oppure possiamo proiettarla, gettarla fuori di noi, non riconoscerla ed attribuirla all'altro, al nemico. Ci auto giustificheremo pensando che sono gli altri a volerci aggredire e saremo tormentati da sospetti ingiustificati. Alla fine l'aggressività inconscia potrà emergere in forma diretta e il pacifico cittadino potrà diventare consapevole del suo desiderio di uccidere. Ma prima che questo accada, la sua normale coscienza deve essere modificata; egli deve credere di avere una giusta causa. Questo cambiamento avviene nell'omicida convinto che il suo crimine non solo sia giusto, ma sia un dovere. Un mutamento del genere avviene in persone del tutto normali durante la guerra.
JuanVera_Octubre34
 
E' anche un grande sollievo per la persona comune trovare “movimenti di guerra” distanti, tali da appagare la sua indignazione latente senza coinvolgerla direttamente; e la stampa, naturalmente, appoggia, sostiene ed esalta questa richiesta. Io non credo che alcuna nazione moderna abbia iniziato una guerra senza che la maggioranza dei suoi cittadini credesse nella giustizia della propria causa. L'aggressività rimossa è comunque presente, ma la coscienza civilizzata dovrebbe, in teoria, impedirle di emergere. Il sospetto stesso fornisce il pretesto di una giusta causa. Come l'individuo che diviene omicida, così una nazione può iniziare una guerra che onestamente ritiene necessaria per la propria autodifesa. Quello che originariamente era un sospetto ingiustificato aiuta a creare proprio quella catastrofe che si desidera evitare. La paura sembra essere la prima causa della guerra!
Ferrer1937_LosAvionesNegros
Una volta che la guerra è scoppiata, le ultime tracce di sanità mentale scompaiono. La tendenza al sospetto è stimolata dalla propaganda. Subito ogni parte attribuisce ai suoi nemici i crimini più atroci e spesso inverosimili, cosicché ciascuno commette veri oltraggi per rivalsa. L'individuo sembra perdere la sua individualità e viene sommerso dal gruppo. La coscienza privata, che nega i massacri umani, viene sostituita da una coscienza di gruppo che invece li considera necessari. Il cittadino pacifico scopre improvvisamente che ha sviluppato il desiderio di uccidere ‘di farsi giustizia’. Si sente esaltato e l'emergere di questi impulsi dall'inconscio gli procurano un vero sollievo.
guerra 1Questa penso, è la ragione per cui la ‘febbre di guerra’ si diffonde così rapidamente. Le guerre prolungate producono molte nevrosi, le cosiddette psicosi traumatiche (in seguito a bombardamenti, per esempio). Ma ci sono anche nevrosi da pace, dovute alla repressione dell'aggressività, che vengono “curate” dalla guerra. L'individuo non si sente completamente bene fintanto che i suoi impulsi distruttivi rimangono repressi. Spesso questi vengono rivolti contro l'individuo stesso, causando frustrazioni e producendo un senso di inferiorità e un sentimento di depressione. Inoltre la guerra offre possibilità di auto sacrificio (vedi i kamikaze, opportunamente ‘educati mentalmente’), oltre che di aggressione diretta.
HeliosGomez_Monarquias

Dice Money-Kyrle in "Lo sviluppo della guerra " del 1937, "Da adulto, la lealtà verso il proprio superiore o gruppo, come personificazione di un ideale, sarà bilanciata dall'odio per qualche altro capo o gruppo e per questa ragione sarà incline alla guerra. Sembra anche che il grado di venerazione per il proprio capo o paese sia direttamente proporzionale al grado di odio diretto contro i propri nemici. L'intensità con cui un Napoleone, un Mussolini o un Hitler sono idolatrati, dà la misura dell'ardore militante del loro popolo. C'è naturalmente un certo rapporto inverso tra guerra e rivoluzione: un aumento delle probabilità dell'una diminuisce le probabilità dell'altra, fatto ben noto ai dittatori che fomentano paure di guerra quando la loro popolarità nel proprio paese è in pericolo”.
miro_lorca

Anche quando sono presenti in noi forti desideri di pace, se conflitti interni o eventi esterni, o una combinazione dei due, ci convincono della futilità dei nostri desideri e della loro irrealizzabilità finiamo col difenderci auto-convincendoci che il nostro sforzo è del tutto inutile e alla fine uscirà la nostra aggressività. E tenderemo a riversarla sulle figure dei reali o presupposti nemici della pace -industrie di armamenti, capitalisti, bolscevichi, autocrati o nazioni straniere. E così, la pace che dovrebbe essere un stato costruttivo e una condizione normale del vivere umano, si trasformerà in una sorta di distruzione, un interludio abnorme dovuto al crollo su larga scala di convinzioni che avvertiamo come giuste ma che però non si realizzano, rendendo così impossibile il nostro desiderio di pacifismo razionale e stabile.
 
Chiudo questa riflessione con una poesia molto forte e in tema di Salvatore Quasimodo
COLORE DI PIOGGIA E DI FERRO
Dicevi: morte silenzio solitudine;
come amore, vita. Parole
delle nostre provvisorie immagini.
E il vento s'è levato leggero ogni mattina
e il tempo colore di pioggia e di ferro
è passato sulle pietre,
sul nostro chiuso ronzio di maledetti.

Ancora la verità è lontana.
E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
e tu dalle mani grosse di sangue,
come risponderò a quelli che domandano?
Ora, ora: prima che altro silenzio
entri negli occhi, prima che altro vento salga
e altra ruggine fiorisca.

 
Salvatore Quasimodo (1946-48)


postato da: Bessola alle ore 12:22 | link | commenti (3)
categorie:
domenica, 29 marzo 2009

Soltanto umano?...

scimpanze

La questione del rapporto fra umanità e regno animale non è cosa nuova. La tradizione giudaico-cristiana ha assegnato all’uomo il ruolo di un semidio dominatore degli animali. Nel diciassettesimo secolo, Cartesio ha dichiarato che le bestie non possono pensare e, dunque, non sono…e che sicuramente non hanno nulla in comune con l’uomo razionale. In ogni caso le persone hanno sempre antropomorfizzato le creature che gli stanno attorno, in particolare quelle che ama.
cane_corso Quando Charles Darwin formulò la teoria della selezione naturale e dell’origine dell’uomo, capì che il pubblico ottocentesco si sarebbe opposto all’idea di essere imparentato con degli scimmioni e, in effetti, la creatura che descrisse nei suoi libri come più simile all’uomo, fu il cane. Negli anni ’20 cominciò a imporsi una scuola di pensiero chiamata behaviorismo, i cui appartenenti sostenevano che non era necessario ipotizzare che l’animale possedesse una sua psicologia…che tutte le sue attività potevano essere oggettivamente descritte per quello che erano, senza riferimenti a emozioni o motivazioni.
merloNegli anni ’70, però, lo studioso che scoprì l’eco-orientamento dei pipistrelli (D.Griffin), rimise in discussione il fatto che gli animali fossero privi di consapevolezza e i rigorosi behavioristi cominciarono a tremare. Quasi contemporaneamente nacque la scuola di socio-biologia che dava risalto alle motivazioni evolutive e ad un’ampia gamma di comportamenti sociali complessi, dimostrando che l’animale era in grado di progettare, congetturare e macchinare –e quindi pensare in modo organizzato- allo scopo di tramandare il suo patrimonio genetico.Ape
Alcuni etologhi criticano tutt’oggi l’antropomorfismo: se un animale non è in grado di dirci cosa intende fare, cosa ci prova che esiste l’intenzione? Qualche spiritosone aggiunge: “ non ci si limita a mettere il carro davanti ai buoi, ma si pretende di farlo per ordine degli stessi buoi!”
carro_buoi0001
Sostengono inoltre, questi stessi personaggi, che il comportamento animale non richiede consapevolezza, emozioni o pianificazione strategica e che se i microbi potessero essere portati alle dimensioni d un cane o di un gatto anch’essi sembrerebbero –ad un’analisi superficiale- dotati di desideri, sensazioni e intelligenza. In risposta, gli antropomorfisti risposero che, infatti è proprio così e lo dimostrarono con l’esempio “meditato” della visione di alcuni microbi al microscopio che, guarda caso si allontanavano da un liquido tossico prima di esservi entrati in contatto e viceversa penetravano “vogliosi” in una goccia di liquido zuccherino.
bacilli
Ma gli etologhi sciovinisti presentarono un altro esempio a sostegno delle loro teorie e cioè che soltanto gli umani sono in grado di usare oggetti o strumenti. Ma ben presto si scoprì e gli venne contrapposto che alcuni animali come gli scimpanzé e gli elefanti, usavano bastoni, sassi e altri oggetti come attrezzi. La diatriba andò avanti. Dissero che sì, parzialmente era vero, ma non erano capaci di cambiare gli strumenti che usavano e, guarda caso, poi si vide che gli scimpanzé modificavano i loro bastoni secondo l’uso che intendevano farne.
formicheA questo punto, arrampicandosi sui vetri si asserì che soltanto gli umani sono capaci di usare strumenti per realizzare altri strumenti.
E per ora siamo rimasti fermi qui, in attesa di ulteriori scoperte scientifiche.
cavallo

Ma, mentre accarezziamo il nostro gatto, portiamo a spasso il nostro cane, appoggiamo e strofiniamo il naso al muso del cavallo per farci riconoscere, diamo bricioline agli uccelletti che ce le chiedono perentoriamente o ammiriamo l’operosità ben organizzata di api e formiche ci viene naturale di pensare che alla fin fine il bisogno di sentirsi assolutamente “speciale” a tutti i costi è, dopotutto, soltanto dell’uomo.

gatto

 


postato da: Bessola alle ore 08:26 | link | commenti (5)
categorie: